La forza del Dragone.

Oggi quando si parla di Cina si tende a dimenticare il suo glorioso passato e il suo vantaggio di oltre 4000 anni di storia sull’Occidente, tralasciando i meriti di un popolo che scriveva quando il resto del mondo grugniva; un popolo che allestiva spettacoli di fuochi d’artificio, che usava il petrolio per illuminare le case, che conosceva le costellazioni e adoperava la moneta quando in Europa era ancora in voga il baratto. 

Se solo volessimo pensare alle conoscenze e le invenzioni che il popolo dell’antica Cina ci ha trasmesso, e di cui oggi godiamo, basterebbe solo questo per trattare con maggior riguardo i cinesi del nostro tempo; senza considerare le imprese del navigatore Zheng He, che ha lambito le coste delle Americhe ben prima di Colombo, spingendosi, alla guida di oltre trecento navi, fino in Nuova Zelanda e Australia per aprire nuove rotte commerciali. 

Questo e molto altro è il vanto dell’antico passato cinese, in contrapposizione ai  soprusi subiti per le invasioni straniere e per le sofferenze che la storia recente ha consegnato nelle avide brame dei Signori della Guerra. Parliamo delle stesso popolo che ha contato oltre quarantasei milioni di vittime nei campi di rieducazione voluti dalla follia del regime Comunista di Mao, che per riaccendere la scintilla della vecchia gloria ha innescato una spirale di carestia e povertà estrema, costringendo la sua stessa gente a una fame terribile: fino limite di cannibalizzare cadaveri per sopravvivere.

Un popolo che moriva ingerendo terra per assorbirne i minerali o che sopprimeva i figli in culla per evitare di vederli soffrire di stenti. Un passato, che per le moderne coscienze distratte, resta depositato nei libri di storia perché oggi l’immagine della Cina passa attraverso l’arroganza economica, le colossali opere pubbliche, le pompose parate militari, la guerra dei dazi, le polemiche sul 5G, le milioni di transazioni commerciali del colosso Alibaba e attraverso il potere incondizionato del presidente Xi-Jinping, dimenticando –ancora una volta– che sono stati gli imprenditori occidentali a beneficiare della manodopera a basso costo dei lavoratori cinesi e degli spazi di produzione resi disponibili senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e dell’ambiente. Semplificazioni che hanno fatto comodo a produttori e dirigenti dei nostri Paesi, convinti di approdare in una terra di conquista per ritrovarsi –quasi senza accorgersene– a competere con un paese pronto a battere cassa risvegliando l’imbattibile forza del Dragone. 

#chinaprosit

Diogene Edizioni

La mia Cina e l’America di Luca.

Napoli e Caserta sono state il campo neutro –per usare un termine calcistico– per una partita d’andata e una di ritorno, che hanno contrapposto le ragioni degli Stati Uniti d’America, con il libro Yes We Trump del giornalista ed esperto di politica americana Luca Marfé e la Cina, con il mio libro China PrositQuanto potrebbe costarci caro questo brindisi con la Cina?” Non riferendomi di certo alla Cina storica, quella delle antiche tradizioni e della saggezza di Confucio; bensì alla Cina di Xi-Jinping: la seconda nazione più potente del pianeta.

Un paese che negli ultimi quarant’anni si è trasformato radicalmente, come se al suo interno ci fosse stata un’esplosione di magia. Eppure questa magia, per chi osserva dal basso, ha un nome ben definito: lavoro e sacrificio. Il lavoro di un popolo che ha fatto della copia un’arte redditizia; che ha scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo e che si è spinto, seicento anni fa, fino alle coste dell’Antartide grazie all’intraprendenza dell’ammiraglio Zheng He. Un inviato dell’imperatore che, alla guida di una flotta di oltre trecento navi lunghe 130 metri e larghe cinquanta –una meraviglia tecnologica per quei tempi-, ha battuto nuove rotte commerciali.

Eppure oggi la Cina, il paese del Dragone, non è più una sterminata risaia, ma grazie a grandi sforzi economici, politici e diplomatici è passata da bacino di manodopera a basso costo, da sfruttare, ad immenso parco industriale capace di fare il bello e cattivo tempo, influenzando l’economia mondiale.

Certamente un tale potere non è piovuto dall’alto, ma si è sviluppato grazie al susseguirsi di progetti attentamente ponderati, paragonabili ad una sfrenata corsa all’oro del Cathay. Soltanto che la Cina, di prezioso, aveva i bassi costi di produzione che hanno attirato milioni d’imprenditori dall’occidente, come mosche al miele, per de-localizzare ordini e produzioni.

Gli USA, in questo sfruttamento, non sono stati da meno, fino a rendersi conto –come Luca ha ben documentato nel suo libro– che è impossibile parlare di economia reale trasferendo fabbriche e smantellando produzioni. Forse, per tale motivo l’operaio o il pescatore del Massachusetts, nonché l’allevatore Texano hanno premiato la politica ruspante di Donald Trump che ha dichiarato una guerra commerciale all’avversario asiatico.

Purtroppo, credo sia difficile ingaggiare una guerra e combatterne le battaglie senza vittime, infatti se da un lato –come Luca Marfé documenta in “Yes We Trump”– la riduzione delle tasse e l’aumento dei dazi hanno invogliato le aziende americane a rientrare in patria, dall’altro le compagnie di navigazione, il mondo dei trasporti e tutto l’indotto nato e sviluppato sulla logica delle importazioni –come sottolineo in China Prosit– ha perso terreno e posti di lavoro.

L’ideale sarebbe cercare un giusto punto d’equilibrio, quasi impossibile da trovare negoziando con un paese che ha deciso di chiudere la sua politica economica nel 2025 con l’abolizione totale della povertà e in Cina esistono ancora ottocento milioni di poveri assoluti.

Un paese, la Cina, che ha deciso di affidarsi all’economia della bicicletta: mai smettere di pedalare per evitare rovinose cadute e, mentre combatte la sua guerra commerciale con l’America, viaggia nel resto del mondo alla ricerca di nuovi partner con cui stringere accordi economici.

Ed ecco che il presidente Cinese rimbalza tra i vari Stati d’Europa con il miraggio di aprire l’accesso ad un mercato di oltre un miliardo e quattrocentomila potenziali consumatori –quanti sono gli abitanti della Cina–, in cambio di concessioni portuali, tracciati di terra e strade ferrate per rinsaldare il progetto della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, la politica Italiana resta abbagliata dall’effimero scintillio di metalli poveri fatti passare per oro e il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America, ci toglie la terra sotto i piedi. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la recente vicenda Whirlpool (e simili) non sia stata anche il pretesto per alimentare un malcontento operaio nel nostro Paese, ripetendo –in scala ridotta–, ciò che avvenne a Detroit con il fermo della produzione di automobili, dove nell’era pre-Trump le fabbriche chiudevano e la gente perdeva il lavoro puntando il dito contro i cinesi.

Intanto i nostri politici, strattonati dall’affanno monetario, riprendono a guardare verso Oriente come ai tempi di Marco Polo, dimenticando che Kublai Khan è morto da tempo.

(MarioVolpe)

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