LA FORZA DI CONFUCIO TRA LE STRADE DI NAPOLI

La diffusione dell’idioma Cinese come
base d’integrazione e interscambio culturale

Confucio non avrebbe mai potuto immaginare che il pianale del suo carretto, sul quale girava la Cina per diffondere il suo insegnamento, sarebbe diventato troppo piccolo per contenervi il mondo intero. Da quasi duemilacinquecento anni dalla sua morte il nome del grande pensatore resta il vessillo culturale di un paese in continua espansione, al punto che non vi sarebbe tabella più appropriata per identificare una delle associazioni culturali più ramificata del globo. L’Istituto Confucio (organizzazione per la diffusione della lingua e la cultura cinese), partito dalla Shanghai International Studies University, ha aperto le sue sedi nelle maggiori università del pianeta fino ad approdare a Napoli nel 2007 presso l’Università Orientale, il più antico ateneo Europeo dedito agli studi della cultura e della lingua Cinese. Ed è proprio partendo dalla sede dell’Istituto Confucio, in via Nuova Marina al numero 56, che incontrando la dottoressa Paola Paderni, direttrice del compartimento Italia del Confucio, docente di politica e istituzioni della Cina contemporanea e il professor Xu Haiming co-direttore e responsabile delle relazioni con la Cina, è stato possibile far luce su alcuni aspetti importanti dello studio del cinese a Napoli.

 Il professor Xu, docente della Shanghai International Studies University, in un perfetto inglese, ha esposto gli obiettivi primari del programma culturale del Confucio tra cui lo studio e la diffusione della lingua attraverso corsi specialistici a cui è possibile iscriversi indipendentemente dal desiderio o dalla necessità di conseguire una Laurea specifica. Padroneggiare il cinese oggi è un’ottima opportunità d’inserimento nel mondo del lavoro grazie ad un idioma che diviene sempre più popolare in conseguenza dell’espansione economica della Cina e degli investimenti che il paese asiatico proietta oltre i propri confini. Lo studio del cinese, come ci ricorda la professoressa Paderni, oltre ad essere una conoscenza sempre più richiesta, è una base importante per trovare un punto d’aggancio tra culture e tradizioni che sembrano totalmente distanti tra loro, ed è lo stesso professor Xu Huaming, a chiarire alcuni limiti in merito alla diffusione di una lingua che, malgrado stia divenendo la più parlata al mondo, non potrà per il momento sostituire l’inglese, soprattutto per la poca diffusione in ambito tecnico.  Al di là delle mere questioni di nicchia, l’Istituto Confucio auspica la diffusione dell’idioma Cinese come base d’integrazione e interscambio culturale, perché solo conoscendo una lingua con le sue sfumature è possibile calarsi nell’intimità di ogni cultura, base fondamentale per la crescita e il rispetto reciproco.

Napoli, per il suo fervore culturale e il suo spirito d’accoglienza è tra le città più adatte a questo genere d’interscambio, che potrebbe essere migliorato introducendo lo studio del Mandarino fin dalle scuole elementari, quando la mente dei bambini è ancora plastica per poter assorbire i costrutti lessicali di una lingua considerata complessa. Ricalcando l’importanza dell’insegnamento delle lingue straniere, il professor Xu sfata il mito della difficoltà del Cinese, una forma espressiva tonale e figurativa che, in realtà, a partire dai primi studi consente la possibilità comunicare in tutta naturalezza.

Lingua e interscambio culturale, questo è l’assioma ripercorso anche dalla professoressa Paola Paderni nell’esporre tutte le iniziative organizzate dall’Istituto Confucio tramite cui è possibile aprire un canale preferenziale d’interscambio formativo tra Napoli e la Cina, non solo presentando le antiche tradizioni del folklore Cinese, ma soprattutto educando la nutrita comunità Orientale alla comprensione delle usanze del nostro paese per apprezzarne tutte le possibili sfaccettature.  Tutti ciò è reso possibile grazie ad interventi che l’Istituto Confucio continua a mettere in campo, come gli incontri con i direttivi di Città della Scienza per la diffusione della cultura scientifica occidentale, le mostre d’opere d’arte Cinese oltre alle presentazioni dei libri dei grandi intellettuali orientali disposti a viaggiare, da un capo all’altro del mondo, per dotare l’umanità di un sapere comune.

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Il vuoto in 60 secondi.

(Racconto)

Gustavo Mastrocinque: il dottor Gustavo Mastrocinque, amministratore delegato della BIM (Banca Investimenti Mediterranea), impiegò soltanto sessanta secondi per ripercorrere la sua vita, dalla folle idea di gettarsi nel vuoto fino al ricordo della macchia di gelato alla fragola che gli colava sulla camicia nuova. Nessuno lo aveva mai rimproverato per la disattenzione, in fondo, aveva a malapena tre anni e mai avrebbe pensato, cinquantasette anni dopo, di scegliere il suicidio alla vergona d’un arresto. 

Gustavo, senza remore, affidò il riscatto della sua dignità al vuoto nello stesso istante in cui qualcuno bussò alla porta con un mandato di cattura. Il tocco della mano che picchiava fu l’ultimo suono asciutto che udì, il resto fu il sibilo continuo e assordante del vento gelido che s’insinuava nei timpani durante la caduta, ghiacciandogli la testa dall’interno. Era inverno e i capelli liberi sventolavano come mille bandiere, gli occhi gli lacrimavano dal rossore, la bocca era tirata in un sorriso forzato per la pressione dell’aria sulle gote e, nella solitudine del volo, si rivide alla direzione della banca mentre amministrava i clienti più facoltosi.  Eppure nulla avrebbe potuto senza il master alla Administration Financial School of New York che gli aprì la strada delle grandi consulenze liberandolo dal frustante ruolo di cassiere. 

Ambizione, questo serve ambizione per andare avanti nella vita, gli ripeteva continuamente suo padre pianificando gli studi di un giovane Gustavo obbediente ad ogni suo volere. Il padre-padrone aveva programmato la vita del ragazzo dai primi anni del liceo, spronandolo (talvolta obbligandolo) a superare gli ostacoli che si frappongono tra l’uomo e il suo obbiettivo. Di questo si parlava a casa Mastrocinque, non di avvenire e di futuro, ma di obbiettivi che Gustavo centrò, talvolta affannando, con pochi scrupoli.

            Sono solo percorsi di lavoro lunghi e difficili, pensava spesso per giustificare la sua coscienza, eppure mai nessun ricordo era passato in testa così veloce come la discesa incontrollata che stava affrontando in quel preciso istante, mentre il cuore gli batteva forte come un tamburo. I palpiti gli ricordavano i primi rigurgiti d’amore quando, tra i banchi di scuola, incrociava con lo sguardo gli occhi di Roberta, neri come la notte. Eppure lei non se lo filava per niente, lo ignorava al punto che un giorno ci avrebbe fatto tre figli e gli avrebbe sistemato il nodo della cravatta tutte le mattine prima che lui andasse al lavoro. Ma il giorno del tuffo nel vuoto, Roberta non avrebbe mai immaginato che le sue dita artritiche e doloranti avrebbero stretto il nodo per l’ultima volta. Forse lei ringraziò il cielo per non dover più sottoporsi forzatamente al quel gesto che le ricordava la giovinezza passata, quando il nodo lo slacciava con la brama di chi apre una confezione di un dolce per infilare la lingua nella crema dei bignè. Ormai tutt’intorno era rinsecchito e malgrado Gustavo avesse la sua stessa età, godeva d’un aspetto più fresco e tirato. Non era raro che qualche amico, dopo inventariato le poche rughe, lo tacciasse di un patto con il diavolo. 

Solo sport e cibo sano, ecco il mio patto, ripeteva Gustavo sfoderando una fila di denti bianchi come le perle del Baltico.  L’invidia degli amici ribolliva, eppure, in quell’istante, nessuno avrebbe preso il suo posto sebbene la sua ricchezza facesse gola a molti. Ironizzavano tutti di preferire i panni di Jalo, il primo genito di Mastrocinque; quello era il vero uomo fortunato. Aveva ragazze a iosa, auto sportive, stava tutto il giorno in palestra, nessun pensiero gli s’inchiodava in testa se non quello di vincere il torneo annuale di Ping-pong seguendo i rimbalzi della pallina sul fondo del tavolo da gioco azzurro come il cielo, che s’allontanava rapidamente dal viso di suo padre. Nella caduta Gustavo s’era girato con la schiena rivolta alla terra, mentre le gambe e le braccia divaricate non offrivano sufficiente resistenza per rallentare la corsa impressa dal peso dell’aria che premeva sul petto e, in quel momento, i ricordi, dapprima ordinati, si mischiarono tra loro in balia del vento che frustava con violenza ai lati della giacca diluendo il grido, acuto e costante, che gli usciva dalla gola. Era un suono modulato da frammenti di dialoghi in procinto di finire tra l’indissolubile abbraccio della morte: 

…Roberta, sono certo ti poterti rendere la donna più felice della terra.

…siete due gocce d’acqua Gustavo, nessuno potrebbe dire che non è tuo figlio…

…questo è il soggiorno, ampio e luminoso…

…papà ti presento Asia…

…incantato, devo dire che ha sputo scegliere bene il ragazzo…

…dottor Mastrocinque, la delegazione l’aspetta in sala riunioni…

…un applauso al nostro nuovo amministratore delegato, certi che porterà la nostra grande famiglia verso nuovi lidi e splendidi successi…

…niente da fare Roberta, non sia mai detto che la moglie d’un amministratore delegato non viaggi in prima classe. E poi i soldi non sono un problema, vengono giù come pioggia…

…l’improvviso crack della BIM si è abbattuto come un fulmine sul mondo dell’alta finanza…

…il titolo BIM sospeso dal listino di borsa…

…perquisizioni delle Fiamme Gialle sono in corso negli uffici della sede di Largo Indipendenza…

Dottor Mastrocinque apra la porta, Guardia di Finanza, Gustavo non aprì e alla terza richiesta i militarsi sfondarono per entrare nell’ufficio.

 L’amministratore delegato non aveva neanche sentito le loro richieste, il suo corpo era già sull’asfalto trenta piani più sotto con il cranio fracassato e il cervello colato via come pallida gelatina al centro di una città che ancora vive.

(MarioVolpe)

#mariovolpescrittore #huiko #lannodeldragone #kasamaan #chinaprosiot

TIMEDREAMS

L’ultima invenzione

Finalmente il futuro è arrivato nel tuo presente.

Lo slogan della TIMEDREAMS è stato redatto per pubblicizzare una nuova e strepitosa diavoleria tecnologica capace di rendere i viaggi nel tempo un’incredibile realtà. La macchina – come dichiara la casa produttrice – potrà  proiettare un viaggiatore nel futuro o fargli rivivere  il passato. Ma prima di lanciarla in grande stile, l’azienda vorrebbe testare la sicurezza del suo funzionamento e, per tale motivo, ha promosso – tramite Internet – una campagna per reclutare gente che si offrisse per collaudarla. Certo potrebbero esserci dei rischi, ma leggendo le clausole in piccolo, il peggio che potrebbe accadere, in caso di fallimento, non sarebbe altro che un gran mal di testa con nausea annessa e nessuna esperienza di viaggio: ovvero nessun ricordo della fantastica avventura.

 Io non amo pensare agli imprevisti, ma è pur sempre il collaudo di una macchina per i viaggi nel tempo  e il rischio di restare intrappolati nel passato, o finire sparati per sempre nel futuro non è da escludere; eppure malgrado tutte le mie perplessità mi sono fatto avanti. L’opportunità di un viaggio del genere, e per giunta senza spese, non posso lasciarmela sfuggire, così ho acceso il computer, afferrato il mouse e, puntando dritto sul loro sito, ho aperto la pagina:

Proponiti per collaudare la macchina del tempo

Non mi resta che nascondere le preoccupazioni sotto il tappeto, come fanno le inservienti pigre con la polvere, e cliccare su  “registrati”. Nell’attesa che la mia candidatura fosse memorizzata nella lista degli aspiranti viaggiatori è apparsa una seconda pagina  dalla quale avrei dovuto fare un’ulteriore scelta. Mi si chiede d’indicare l’epoca del viaggio di dieci minuti attraverso le pieghe del tempo.

 “Diamine! Questi allora fanno sul serio”, ho pensato davanti allo schermo del computer concentrato a meditare sulla giusta destinazione. Così, mi sono detto che se fossi stato un professore di  latino e greco avrei, senza dubbio, optato per un viaggio nell’antica Roma o nella  Grecia dei filosofi; l’opportunità di vivere di persona quei giorni così remoti sarebbe stata impagabile.  Mentre, se fossi stato un medievalista non avrei avuto dubbi a correre tra le braccia di Carlo Magno o avrei marcato il mio biglietto dritto verso gli anni dell’inquisizione, se non altro per guardare la faccia dei preti che mettevano la gente al rogo; ma non essendo uno storico un tale viaggio sarebbe stato uno spreco di tempo prezioso.

Pensandoci bene potrei scegliere di andare in un passato recente,  magari durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, ma anche questa ipostesi è da scartare, perché il solo ricordo di quelle atrocità mi fa stare male. A ben vedere, non rimane che il futuro, almeno potrei essere testimone dello straordinario progresso del balzo tecnologico e delle sue impensabili meraviglie, ma se l’arroganza dell’ingegno umano non si fermasse davanti a nulla fino a distruggere il pianeta?

Come potrei  ritornare indietro e vivere il resto dei miei giorni con una tale consapevolezza? E cosa mai avrei potuto raccontare ai miei figli? Però conoscere cosa ci riserva il futuro è sempre interessante, allorché mi sono domandato perché  non andare avanti quel poco che basta per dare una sbirciatina ai miei ragazzi cresciuti? Dieci minuti sarebbero sufficienti per inquadrare le possibili conseguenze delle loro scelte nel presente, sincerandomi del loro successo e della loro felicità.  Avrei potuto sapere in anticipo l’esito di un colloquio di lavoro o di una relazione sentimentale e metterli in guardia un volta ritornato nel mio tempo. Ma  forse pur facendo l’esatta previsione degli esiti delle loro scelte di vita dubito che mi darebbero ascolto, liquidandomi con la solita frase: “papà non puoi capire, sei antidiluviano.”

E se pure avessero voluto dare credito ai miei pareri forse non sarebbe stato giusto, quelli non sarebbero mai stati consigli  della saggezza di un genitore. Sarebbero imposizioni nate da una partita truccata che li deruberebbe dei propri sogni, privandoli del gusto emotivo dell’imprevisto, dell’inconoscibile che forgia la vita.

Non mi resta che una sola giusta scelta per formalizzare la mia piena candidatura al collaudo della macchina del tempo della TIMEDREAMS. Ho deciso ritornerò indietro di qualche anno per rivivere i giorni in cui mio padre era ancora vivo per fare,  in soli dieci minuti, una cosa che in quaranta anni non ho mai avuto il coraggio di fare, guardarlo negli occhi per  dirgli: “Ti voglio bene papà.”

      Click, invio e la giusta scelta è fatta, ora non mi resta che attendere che il sogno s’avveri.

#mariovolpescrittore

Quarantena: qualcuno paga le inefficienze dello Stato.

Una mente pensante ha il diritto, per non dire il dovere, di rimescolare le idee, di valutare i fatti e di trarre conclusioni.  Gli ultimi mesi sono stati ricchi di spunti riflessivi e, perché no, narrativi. Dagli scontri tra virologi, alle battaglie a colpi d’ordinanze; dalle smentite alle conferme della scienza, fino alla gente reclusa in casa per non aver commesso il fatto o per averlo commesso, istigata dall’inefficienza della nostra macchina statale e dalle risorse ectoplasmatiche messe in campo da un governo che annaspa. 

È notizia recente di uno studente siciliano, tornato dal Nord che, dopo aver osservato il periodo previsto per la quarantena, si è ritenuto libero di poter circolare per la città, salvo venire a conoscenza (dopo diverso tempo) di essere risultato positivo al tampone a cui era stato sottoposto. Un asintomatico, quindi, che avrebbe dovuto rimanere rinchiuso per un periodo indeterminato fino a che la cronica inefficienza del nostro sistema Italia non avesse rilasciato il risultato del test, che sarebbe dovuto arrivare entro settantadue ore e non settantadue settimane: questione di percezione temporale, avrebbe ribadito qualcuno con spiccato senso dell’ironia. 

Per la cronaca il ragazzo ha immediatamente avvertito tutti i suoi contatti, ma comunque sarà oggetto d’indagine e rischierà quanto previsto dalla legge in casi del genere, per i quali è difficile formulare un giudizio dopo aver assistito a virtuosismi d’incompetenza da parte dei nostri amministratori e governanti di ogni ordine, grado e colore politico. 

Eppure, l’idea di essere al cospetto di un sistema giustizialista e statalista, focalizzato sulla pena piuttosto che sulla prevenzione, è indubbia. È troppo semplice (per non dire superficiale) emanare provvedimenti che limitano la libertà personale, scaricando la responsabilità sull’atteggiamento dei singoli, imponendo misure di prevenzione prive dei necessari strumenti. 

Mascherine obbligatorie per tutti (indossate sempre, ovunque e comunque) che potrebbero ridurre in modo drastico il contagio, sanificazione settimanale per le strade e nei luoghi pubblici, potenziamento del lavoro a distanza, e regolamentazione intelligente dei luoghi d’assembramento come baretti e siti della movida notturna, divenuti fulcro d’interesse dei Governatori di Regione e dei sindaci che lasciano agonizzare altre fette della nostra società. Questi sono gli aspetti si cui tutti dovrebbero concentrarsi, invece predicano dai pulpiti televisivi mentre i cacciatori di taglie inveiscono su gente che si affanna per farsi spazio tra le macerie di un’economia polverizzata. Una classe che continua a rimanere incollata alle poltrone del potere, tra gli scandali di partito e le fabbriche che sprangano le porte, intanto che muore anche la dignità del lavoro.

Perché, se è pur vero che COVID-19 ha dichiarato guerra alla società civile, la politica ne ha firmato la resa incondizionata.

#mariovolpescrittore

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