La mia Cina e l’America di Luca.

Napoli e Caserta sono state il campo neutro –per usare un termine calcistico– per una partita d’andata e una di ritorno, che hanno contrapposto le ragioni degli Stati Uniti d’America, con il libro Yes We Trump del giornalista ed esperto di politica americana Luca Marfé e la Cina, con il mio libro China PrositQuanto potrebbe costarci caro questo brindisi con la Cina?” Non riferendomi di certo alla Cina storica, quella delle antiche tradizioni e della saggezza di Confucio; bensì alla Cina di Xi-Jinping: la seconda nazione più potente del pianeta.

Un paese che negli ultimi quarant’anni si è trasformato radicalmente, come se al suo interno ci fosse stata un’esplosione di magia. Eppure questa magia, per chi osserva dal basso, ha un nome ben definito: lavoro e sacrificio. Il lavoro di un popolo che ha fatto della copia un’arte redditizia; che ha scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo e che si è spinto, seicento anni fa, fino alle coste dell’Antartide grazie all’intraprendenza dell’ammiraglio Zheng He. Un inviato dell’imperatore che, alla guida di una flotta di oltre trecento navi lunghe 130 metri e larghe cinquanta –una meraviglia tecnologica per quei tempi-, ha battuto nuove rotte commerciali.

Eppure oggi la Cina, il paese del Dragone, non è più una sterminata risaia, ma grazie a grandi sforzi economici, politici e diplomatici è passata da bacino di manodopera a basso costo, da sfruttare, ad immenso parco industriale capace di fare il bello e cattivo tempo, influenzando l’economia mondiale.

Certamente un tale potere non è piovuto dall’alto, ma si è sviluppato grazie al susseguirsi di progetti attentamente ponderati, paragonabili ad una sfrenata corsa all’oro del Cathay. Soltanto che la Cina, di prezioso, aveva i bassi costi di produzione che hanno attirato milioni d’imprenditori dall’occidente, come mosche al miele, per de-localizzare ordini e produzioni.

Gli USA, in questo sfruttamento, non sono stati da meno, fino a rendersi conto –come Luca ha ben documentato nel suo libro– che è impossibile parlare di economia reale trasferendo fabbriche e smantellando produzioni. Forse, per tale motivo l’operaio o il pescatore del Massachusetts, nonché l’allevatore Texano hanno premiato la politica ruspante di Donald Trump che ha dichiarato una guerra commerciale all’avversario asiatico.

Purtroppo, credo sia difficile ingaggiare una guerra e combatterne le battaglie senza vittime, infatti se da un lato –come Luca Marfé documenta in “Yes We Trump”– la riduzione delle tasse e l’aumento dei dazi hanno invogliato le aziende americane a rientrare in patria, dall’altro le compagnie di navigazione, il mondo dei trasporti e tutto l’indotto nato e sviluppato sulla logica delle importazioni –come sottolineo in China Prosit– ha perso terreno e posti di lavoro.

L’ideale sarebbe cercare un giusto punto d’equilibrio, quasi impossibile da trovare negoziando con un paese che ha deciso di chiudere la sua politica economica nel 2025 con l’abolizione totale della povertà e in Cina esistono ancora ottocento milioni di poveri assoluti.

Un paese, la Cina, che ha deciso di affidarsi all’economia della bicicletta: mai smettere di pedalare per evitare rovinose cadute e, mentre combatte la sua guerra commerciale con l’America, viaggia nel resto del mondo alla ricerca di nuovi partner con cui stringere accordi economici.

Ed ecco che il presidente Cinese rimbalza tra i vari Stati d’Europa con il miraggio di aprire l’accesso ad un mercato di oltre un miliardo e quattrocentomila potenziali consumatori –quanti sono gli abitanti della Cina–, in cambio di concessioni portuali, tracciati di terra e strade ferrate per rinsaldare il progetto della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, la politica Italiana resta abbagliata dall’effimero scintillio di metalli poveri fatti passare per oro e il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America, ci toglie la terra sotto i piedi. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la recente vicenda Whirlpool (e simili) non sia stata anche il pretesto per alimentare un malcontento operaio nel nostro Paese, ripetendo –in scala ridotta–, ciò che avvenne a Detroit con il fermo della produzione di automobili, dove nell’era pre-Trump le fabbriche chiudevano e la gente perdeva il lavoro puntando il dito contro i cinesi.

Intanto i nostri politici, strattonati dall’affanno monetario, riprendono a guardare verso Oriente come ai tempi di Marco Polo, dimenticando che Kublai Khan è morto da tempo.

(MarioVolpe)

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Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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