La Marcia dei Masanielli

Se esiste un termine potente, almeno per i campani, che sia in grado di evocare la dirompente forza di una protesta è: Masaniello. Storica figura di un commerciante napoletano che, dai catini del pesce, finì alla guida di una protesta popolare, raggiungendo un ruolo impensabile, all’epoca, per un uomo della sua estrazione sociale, fino a soccombere al potere politico del suo tempo.

Da quella storia, esempio pratico di ribellione fiscale, le cose non sono granché cambiate. Infatti, alla flebile luce degli eventi del 1647, nelle attuali proteste degli esercenti, mi pare di scorgere un ricorso storico che difficilmente potrà sfociare in un compromesso economico equo e soddisfacente.

Intanto, da un lato abbiamo un nemico invisibile (il virus) che, a torto o ragione, uccide senza scrupoli o, nel migliore dei casi, costringe i positivi asintomatici in un confino domiciliare al limite della depressione, mettendo fuori gioco ­(in via definitiva o temporanea) gli attori fondamentali dell’ingranaggio economico: le persone.

Dall’altra, vi sono le necessità di sopravvivenza delle categorie, penalizzate dai Decreti dal Governo per arginare la pandemia, che chiedono di allentare le maglie delle restrizioni per oleare quel poco che resta degli ingranaggi del lavoro.

Senza ombra di dubbio una proposta legittima rivolta a chi, eletto alla guida del Paese, dovrebbe assumersi le responsabilità personali e morali nei confronti dei propri elettori (e non), ma ad onore del vero non si può negare che ci troviamo a fronteggiare un evento epocale e l’obiettivo primario deve essere la tutela della salute pubblica. Per questa ragione credo che i fini delle proteste, pur legittimi, siano disallineate con la realtà.

Marciare sotto al palazzo della Regione, per chiedere orari di apertura diversi; sollecitare il Governo centrale (in attesa dell’elemosina dall’Europa), per quantificare in valore monetario l’ambiguo termine “ristoro” e scandire cori in nome della libertà, non fa altro che gonfiare la cronaca dei nostri giorni, senza che alcun beneficio possa mitigare i dolori di chi è maggiormente colpito dalla pandemia; tenendo presente che non tutte le categorie sono state ugualmente falcidiate dal COVID.

Questo virus, come è naturale, non ha per niente il senso dell’uguaglianza e (tralasciando che ha mietuto le sue vittime tra la gente comune, graziando i ricchi e potenti contagiati) ha rimodulato il tessuto economico e produttivo per favorire –in modo spropositato– alcuni settori a discapito di altri. Se aggiungiamo l’indecisione degli uomini che abbiamo eletto al comando dell’Italia ci ritroviamo seduti su una bomba sociale pronta ad esplodere, ameno che non intervengano prontamente artificieri esperti e consapevoli per disinnescarla.

In tale consapevolezza bisogna farsi una ragione che non tutte le categorie del commercio sono mai state sullo stesso piano e, con l’esplosione della pandemia, ciò è divenuto ancora più evidente. Colossi del commercio elettronico come Amazon o talune catene di supermercati al dettaglio hanno visto aumentare il loro volume di incassi in maniera abnorme con la conseguente crescita dei profitti. Basterebbe questa analisi per indirizzare le proteste verso fini concreti, magari chiedendo al Governo l’applicazione legale di contributi di solidarietà da parte dei grandi gruppi verso le categorie  più colpite;  pretendere la cancellazione degli emolumenti extra versati a politici e dirigenti pubblici per coprire la riduzione del gettito fiscale, derivante dalla necessaria cancellazione di ogni possibile forma di tassazione non legata direttamente al reddito; pretendere che gli aiuti non vengano dati a pioggia, ma vincolati alle vere necessità dei soggetti beneficiari; attingere dal bacino dell’IVA dirottando i versamenti all’Erario in investimenti per la sicurezza, la profilassi, la sanità e il miglioramento del trasporto pubblico (altra fonte di contagio) e, infine, confiscare beni e danari alle mafie, versandoli come  aiuti alle imprese.

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La forza del Dragone.

Oggi quando si parla di Cina si tende a dimenticare il suo glorioso passato e il suo vantaggio di oltre 4000 anni di storia sull’Occidente, tralasciando i meriti di un popolo che scriveva quando il resto del mondo grugniva; un popolo che allestiva spettacoli di fuochi d’artificio, che usava il petrolio per illuminare le case, che conosceva le costellazioni e adoperava la moneta quando in Europa era ancora in voga il baratto. 

Se solo volessimo pensare alle conoscenze e le invenzioni che il popolo dell’antica Cina ci ha trasmesso, e di cui oggi godiamo, basterebbe solo questo per trattare con maggior riguardo i cinesi del nostro tempo; senza considerare le imprese del navigatore Zheng He, che ha lambito le coste delle Americhe ben prima di Colombo, spingendosi, alla guida di oltre trecento navi, fino in Nuova Zelanda e Australia per aprire nuove rotte commerciali. 

Questo e molto altro è il vanto dell’antico passato cinese, in contrapposizione ai  soprusi subiti per le invasioni straniere e per le sofferenze che la storia recente ha consegnato nelle avide brame dei Signori della Guerra. Parliamo delle stesso popolo che ha contato oltre quarantasei milioni di vittime nei campi di rieducazione voluti dalla follia del regime Comunista di Mao, che per riaccendere la scintilla della vecchia gloria ha innescato una spirale di carestia e povertà estrema, costringendo la sua stessa gente a una fame terribile: fino limite di cannibalizzare cadaveri per sopravvivere.

Un popolo che moriva ingerendo terra per assorbirne i minerali o che sopprimeva i figli in culla per evitare di vederli soffrire di stenti. Un passato, che per le moderne coscienze distratte, resta depositato nei libri di storia perché oggi l’immagine della Cina passa attraverso l’arroganza economica, le colossali opere pubbliche, le pompose parate militari, la guerra dei dazi, le polemiche sul 5G, le milioni di transazioni commerciali del colosso Alibaba e attraverso il potere incondizionato del presidente Xi-Jinping, dimenticando –ancora una volta– che sono stati gli imprenditori occidentali a beneficiare della manodopera a basso costo dei lavoratori cinesi e degli spazi di produzione resi disponibili senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e dell’ambiente. Semplificazioni che hanno fatto comodo a produttori e dirigenti dei nostri Paesi, convinti di approdare in una terra di conquista per ritrovarsi –quasi senza accorgersene– a competere con un paese pronto a battere cassa risvegliando l’imbattibile forza del Dragone. 

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Diogene Edizioni

A Wuhan si ritorna a scuola.

In Cina, nella città di Wuhan, dove la pandemia da Covid è iniziata si ripensa alla riorganizzazione della normale vita sociale ed economica così, dopo mesi di chiusura totale e restrizioni, si procede verso la normalità senza sottovalutare possibili recidive.

Le autorità locali in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione cinese hanno elaborato diversi protocolli di sicurezza per consentire al milione e quattrocento mila studenti, di tutte le scuole di ogni ordine e grado di Wuhan, di ritornare sui banchi.

Ogni istituto dovrà riorganizzarsi ripensando alle fasce orarie di accesso e gli studenti dovranno presentarsi nelle classi muniti di test COVID negativi, non più vecchi di una settimana. Lo stesso criterio sarà applicato a tutti i docenti, senza alcuna possibilità di contestazione. Resteranno ancora in attesa di rientrare al lavoro i professori stranieri che vivono nella città.

Inoltre ogni scuola sarà munita di un centro medico e dovrà organizzare corsi ANTI-COVID per spiegare agli studenti le fasi di contagio; come evitarlo e come riconoscerne i sintomi. In classe, pur prevedendo il distanziamento, non sarà obbligatorio indossare la mascherina benché, ogni studente dovrà necessariamente averne una da usare in caso di emergenza. Infatti, qualora un allievo o un docente dovessero manifestare sintomi da Covid saranno immediatamente isolati e trasportati nelle apposite strutture di quarantena sparse per la città. Di seguito tutta la classe sarà sottoposta al tampone e tutti i soggetti positivi isolati immediatamente.

Gli amministratori di Wuhan si sono ripromessi di non ripetere, con la scuola, gli errori fatti a dicembre dello scorso anno in merito alle notizie sulla diffusione del nuovo coronavirus, per tale ragione hanno messo in campo tutte le risorse disponibili per evitare che le riaperture delle scuole possano riaccendere nuovi focolai, e il Ministero dell’Istruzione cinese ha organizzato dei supporti psicologici per gli studenti particolarmente danneggiati dalla pandemia

Queste precauzioni e contromisure su cui vigileranno, senza deroghe, le autorità siniche competenti potranno ridare nuova speranza e forse, questa volta, copiare qualcosa da loro potrebbe esserci di aiuto.

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La legge cinese che tappa la bocca ad Hong Kong ed acceca il resto del mondo.

La nuova legge cinese sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong ha iniziato a colpire senza pudore chiunque protesti per la libertà, rischiando l’ergastolo per l’accusa di sovversione. 

La scatola delle meraviglie; la città Stato che garantiva piena autonomia ai suoi cittadini, nonché agli stranieri che la abitano, rischia di cadere ­–pezzo per pezzo– sotto le sferzate di un regime tollerato dalle democrazie occidentali. Persino gli Stati Uniti, dopo aver fatto la voce grossa con la guerra dei dazi, non sono riusciti a porre un freno all’atteggiamento arrogante e invasivo della Cina che sembra non voler mantenere gli impegni presi con Londra in merito alla gestione della sua ex-colonia. Del resto il paese asiatico non è nuovo a comportamenti del genere che trasformano promesse e accordi in carta da macero senza la minima remora. 

Proteste ad Hong Kong

Ormai il potere economico e sociale della Cina si è insinuato in ogni nazione e pensare di poterlo estirpare con brutale determinazione è solo utopia, dal momento che le radici cinesi si sono infiltrate non solo nell’economia del mondo, ma tentano di aggrovigliarne anche la cultura fagocitando eventi sportivi, culturali e non ultimo le grandi produzioni cinematografiche.  Una cavalcata inarrestabile i cui effetti potrebbero essere scioccanti per le società occidentali.  

Malgrado Hong Kong è lontana dalle nostre case e ci riesce difficile sentire bruciore dei lacrimogeni lanciati dalla polizia contro gli studenti, ne sopportiamo l’effetto sulle nostre imprese erose da una Cina che non tollera ingerenze esterne nella sua politica, ma s’infiltra nella politica degli Stati esteri senza pudore adottando due pesi e due misure. Per tale ragione è   inconcepibile ignorare il messaggio della Cina che filtra attraverso lo specchio di Hong Kong, da sempre espressione dell’opulenza, del benessere e della libertà nel mondo asiatico.  

Oggi la Cina dalla capacità di sorprendere per lo sviluppo economico sta rapidamente passando alla capacità d’imporsi anche militarmente, il che porterebbe all’inasprimento delle tensioni internazionali con le grandi potenze e all’occupazione dei paesi più poveri e politicamente meno forti, con il rischio che si possa generare una nuova ondata di schiavismo coloniale di cui sarà difficile liberarsi.

(MarioVolpe)

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L’invasione cinese: metodo, merci e virus.

Se la Cina ha partorito il Covid, l’Occidente
di certo lo ha ben adottato.

L’invasione cinese in ogni angolo del globo sembra ormai cosa certa e, in quei pochi recessi del pianeta, dove la Cina non era famosa per le sue merci lo è diventata per un virus che ha devastato, e continua a devastare, vite umane, economiche e modelli sociali su cui molte comunità hanno edificato la propria ragion d’essere.

Certamente la diffusione di questo nuovo virus (battezzato con la sigla COVID19)  non è avvenuta seguendo un arcano complotto di poteri forti, ma secondo un sentiero del tutto naturale come per altre epidemie che hanno flagellato l’umanità a partire dalla peste fino alla recente SARS.  Malgrado i luoghi di origine di tali patogeni siano spesso regioni della Cina non è logico, e quantomeno ingiusto, puntare il dito verso ogni singolo cinese additandolo come untore; dal momento che l’Occidente non si è fatto scrupolo ad aprire le porte per accogliere le opportunità industriali, commerciali ed economiche offerte dal Paese del Dragone. Leccornie, come la manodopera a basso prezzo e  un immenso bacino di consumatori, hanno stimolato gli appetiti di molti uomini d’affari e dei loro Governi. Eppure è incontestabile che il sistema Cina  – non il suo popolo –  è stato, come sempre, avido di trasparenza per timore che anticipando l’allarme sanitario si potesse falcidiare la crescita economica. Non era possibile, per i progetti del governo cinese,  smentire la teoria dell’arricchirsi a tutti i costi e ad ogni prezzo. Solo che, questa volta, il prezzo è stato pagato anche da chi ha beneficiato poco o niente dagli intrecci con la Cina. Quindi il principio de “L’economia della bicicletta” (secondo il quale bisogna sempre produrre e vendere, altrimenti si rischia di cadere); della massima di Xiaoping, “non importa di quale colore sia il gatto purché acchiappi il topo” (della serie ci interessa il fine e non il mezzo) o delle nuove formule del Capitalismo Socialista cinese: “lavorare e arricchirsi senza contestare le decisioni del regime”, hanno portato ogni uomo o donna ad ambire al possesso delle “tre chiavi”: quella di casa, dell’azienda e dell’auto. Ma per i sudditi di Pechino non bastano le opportunità offerte dal libero capitalismo, non bastano scaltrezza e determinazione per raggiungere il vero successo;  occorre essere sottoposti ad un equivalente sinico del principio di Archimede. Ovvero, un imprenditore cinese se immerso nel sistema politico riceve una spinta economica dal basso verso l’alto pari al peso delle sue amicizie di partito.

Huawei, Alibaba e altri famosi brand della Grande Muraglia, di cui oggi si sente parlare ovunque, non sono nati nei garage delle villette di periferia, ma sono fenici risorte dalle ceneri di mastodontiche   corporazioni industriali e i loro fondatori non erano studenti squattrinati di qualche università di provincia, ma gente che all’epoca era impegnata in ruoli di rilievo  assegnati dal Regime di Pechino. Se così non fosse sarebbe quanto mai strana la massiccia presenza di attività commerciali cinesi in altri Paesi. Magari molti sono sostenute dal credito proveniente dalla madre patria o  hanno fatto la questua di villaggio in villaggio, propinando lo slogan: “Investi nel ristorante che Chen, Lin, o chi per esso,  a Roma, a Londra o a Parigi. Sarà la tua occasione per diventare ricco.”

Così, i pochi spiccioli che ogni povero contadino ha impiegato per sostenere il progetto di un suo connazionale d’oltremare  sono diventati – grazie alla magia dei cambi monetari – un tesoretto da reinvestire per foraggiare una globale mega-festa del danaro a cui  le imprese e i Governi,  del mondo, chiedono di partecipare.

Una festa organizzata da una nazione ormai libera dalla sottomissione economica dell’Occidente, ma che rischia di vacillare sotto i colpi del COVID19 che potrebbe mettere un freno alle grandi ambizioni del presidente Xi-Jinping; l’uomo che vorrebbe la Cina prima potenza mondiale entro il 2025. Come sempre la brama di potere e ricchezza offusca la mente, facendo dimenticare i saggi principi del giusto vivere, scegliendo di non sprangare tutto alle prime avvisaglie della nuova infezione per non compromettere la resa economica d’imponenti manifestazioni sportive e commerciali.

Se il dottor Li Wenliang (scopritore del Coronavirus) fosse stato ascoltato e non arrestato,  se la Cina avesse subito posto la città di Wuhan in quaranta evitando a cinquantamila possibili contagiati di fuggire e contribuire a disseminare il virus, se la Germania avesse annullato le fiere commerciali d’inizio anno, se ogni grande evento fosse stato  cancellato da subito,  se alcuni luminari della medicina non avessero scambiato il nuovo virus con un banale raffreddore  e se qualcuno  avventuriero senza scrupoli non ci avesse visto una meschina opportunità di affari, non avremmo avuto centinaia di migliaia di morti nel mondo e, forse molti bambini sarebbero ancora tra le braccia dei loro nonni.

Perché se è vero che la Cina ha partorito il virus è pur vero che noi lo abbiamo ben adottato.

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La piscina dorata

Fare attenzione ai prezzi dei propri acquisti evita spiacevoli fregature.

Le emergenze sono il nitro degli affari. Sì il nitro, quella sostanza virtuale che nei videogame dà la spinta decisiva al bolide in gara. Una spinta che può fare la differenza tra chi vince e chi perde.

 Lo stesso è stato per l’emergenza sanitaria di questo periodo (per quelli che leggeranno tra qualche anno parliamo del 2020). Ma il COVID, per qualcuno, è stato una disgrazia per altri una grossa opportunità di rastrellare danaro.

Infatti, le piattaforme di e-commerce hanno partecipato al banchetto sedendosi a capotavola e alcuni prodotti hanno giocato il ruolo del piatto forte. Tra essi le ormai introvabili piscine fuori terra di varie misure e dimensioni o almeno introvabili ai giusti prezzi di mercato, perché se si è disposti a sborsare qualche migliaio di euro, per un prodotto che fino allo scorso anno ne valeva poche centinaia, ci garantiremo il bagno d’estate.

La corsa all’acquisto delle piscine sembra motivata dalla paura, per molti, di non potersi permettere una vacanza a causa delle stringenti regole del distanziamento sociale e delle nuove configurazioni per gli stabilimenti balneari che, dovendo ridurre il numero di presenze, potrebbero aumentare i costi di accesso alle spiagge. Infine resta la paura di poter contrarre il contagio.

Molti, nel valutare la possibilità di restare a casa e magari avendo una spazio aperto a disposizione, hanno optato di dotarsi di una piscina per rinfrescare l’estate. Scelta condivisibile in pieno se non nell’atteggiamento di alcuni rivenditori che hanno portato alle stelle il prezzo di questi prodotti, non solo per la domanda aumentata, ma anche per la carenza di disponibilità.

Infatti piscine, accessori ed affini provengono prevalentemente dalla Cina (come del resto la maggior parte dei nostri beni di consumo) e hanno subito delle sferzate nella produzione dovute alla chiusura di molte fabbriche a causa del periodo di lockdown cinese, saltando -di fatto- la stagione commerciale nel nostro paese.

Tale motivazione ha indotto molte aziende, che avevano scorte vecchie o quelle che sono riuscite a piazzare qualche ordine, ad aumentare i prezzi al consumo garantendosi lauti guadagni e trattandosi di prodotti non di prima necessità non ci sarebbe nulla di legalmente scorretto. Resta pur sempre la valutazione del giusto comportamento, che dovrebbe condannare speculazioni commerciali immotivate, specialmente in periodi di emergenza nazionale.

Ma infine, resta sempre una scelta individuale quanto pagare per soddisfare un bisogno, come è individuale la consapevolezza di conoscere la differenza tra il giusto prezzo e la fregatura.

#mariovolpescrittore