La Marcia dei Masanielli

Se esiste un termine potente, almeno per i campani, che sia in grado di evocare la dirompente forza di una protesta è: Masaniello. Storica figura di un commerciante napoletano che, dai catini del pesce, finì alla guida di una protesta popolare, raggiungendo un ruolo impensabile, all’epoca, per un uomo della sua estrazione sociale, fino a soccombere al potere politico del suo tempo.

Da quella storia, esempio pratico di ribellione fiscale, le cose non sono granché cambiate. Infatti, alla flebile luce degli eventi del 1647, nelle attuali proteste degli esercenti, mi pare di scorgere un ricorso storico che difficilmente potrà sfociare in un compromesso economico equo e soddisfacente.

Intanto, da un lato abbiamo un nemico invisibile (il virus) che, a torto o ragione, uccide senza scrupoli o, nel migliore dei casi, costringe i positivi asintomatici in un confino domiciliare al limite della depressione, mettendo fuori gioco ­(in via definitiva o temporanea) gli attori fondamentali dell’ingranaggio economico: le persone.

Dall’altra, vi sono le necessità di sopravvivenza delle categorie, penalizzate dai Decreti dal Governo per arginare la pandemia, che chiedono di allentare le maglie delle restrizioni per oleare quel poco che resta degli ingranaggi del lavoro.

Senza ombra di dubbio una proposta legittima rivolta a chi, eletto alla guida del Paese, dovrebbe assumersi le responsabilità personali e morali nei confronti dei propri elettori (e non), ma ad onore del vero non si può negare che ci troviamo a fronteggiare un evento epocale e l’obiettivo primario deve essere la tutela della salute pubblica. Per questa ragione credo che i fini delle proteste, pur legittimi, siano disallineate con la realtà.

Marciare sotto al palazzo della Regione, per chiedere orari di apertura diversi; sollecitare il Governo centrale (in attesa dell’elemosina dall’Europa), per quantificare in valore monetario l’ambiguo termine “ristoro” e scandire cori in nome della libertà, non fa altro che gonfiare la cronaca dei nostri giorni, senza che alcun beneficio possa mitigare i dolori di chi è maggiormente colpito dalla pandemia; tenendo presente che non tutte le categorie sono state ugualmente falcidiate dal COVID.

Questo virus, come è naturale, non ha per niente il senso dell’uguaglianza e (tralasciando che ha mietuto le sue vittime tra la gente comune, graziando i ricchi e potenti contagiati) ha rimodulato il tessuto economico e produttivo per favorire –in modo spropositato– alcuni settori a discapito di altri. Se aggiungiamo l’indecisione degli uomini che abbiamo eletto al comando dell’Italia ci ritroviamo seduti su una bomba sociale pronta ad esplodere, ameno che non intervengano prontamente artificieri esperti e consapevoli per disinnescarla.

In tale consapevolezza bisogna farsi una ragione che non tutte le categorie del commercio sono mai state sullo stesso piano e, con l’esplosione della pandemia, ciò è divenuto ancora più evidente. Colossi del commercio elettronico come Amazon o talune catene di supermercati al dettaglio hanno visto aumentare il loro volume di incassi in maniera abnorme con la conseguente crescita dei profitti. Basterebbe questa analisi per indirizzare le proteste verso fini concreti, magari chiedendo al Governo l’applicazione legale di contributi di solidarietà da parte dei grandi gruppi verso le categorie  più colpite;  pretendere la cancellazione degli emolumenti extra versati a politici e dirigenti pubblici per coprire la riduzione del gettito fiscale, derivante dalla necessaria cancellazione di ogni possibile forma di tassazione non legata direttamente al reddito; pretendere che gli aiuti non vengano dati a pioggia, ma vincolati alle vere necessità dei soggetti beneficiari; attingere dal bacino dell’IVA dirottando i versamenti all’Erario in investimenti per la sicurezza, la profilassi, la sanità e il miglioramento del trasporto pubblico (altra fonte di contagio) e, infine, confiscare beni e danari alle mafie, versandoli come  aiuti alle imprese.

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La mia Cina e l’America di Luca.

Napoli e Caserta sono state il campo neutro –per usare un termine calcistico– per una partita d’andata e una di ritorno, che hanno contrapposto le ragioni degli Stati Uniti d’America, con il libro Yes We Trump del giornalista ed esperto di politica americana Luca Marfé e la Cina, con il mio libro China PrositQuanto potrebbe costarci caro questo brindisi con la Cina?” Non riferendomi di certo alla Cina storica, quella delle antiche tradizioni e della saggezza di Confucio; bensì alla Cina di Xi-Jinping: la seconda nazione più potente del pianeta.

Un paese che negli ultimi quarant’anni si è trasformato radicalmente, come se al suo interno ci fosse stata un’esplosione di magia. Eppure questa magia, per chi osserva dal basso, ha un nome ben definito: lavoro e sacrificio. Il lavoro di un popolo che ha fatto della copia un’arte redditizia; che ha scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo e che si è spinto, seicento anni fa, fino alle coste dell’Antartide grazie all’intraprendenza dell’ammiraglio Zheng He. Un inviato dell’imperatore che, alla guida di una flotta di oltre trecento navi lunghe 130 metri e larghe cinquanta –una meraviglia tecnologica per quei tempi-, ha battuto nuove rotte commerciali.

Eppure oggi la Cina, il paese del Dragone, non è più una sterminata risaia, ma grazie a grandi sforzi economici, politici e diplomatici è passata da bacino di manodopera a basso costo, da sfruttare, ad immenso parco industriale capace di fare il bello e cattivo tempo, influenzando l’economia mondiale.

Certamente un tale potere non è piovuto dall’alto, ma si è sviluppato grazie al susseguirsi di progetti attentamente ponderati, paragonabili ad una sfrenata corsa all’oro del Cathay. Soltanto che la Cina, di prezioso, aveva i bassi costi di produzione che hanno attirato milioni d’imprenditori dall’occidente, come mosche al miele, per de-localizzare ordini e produzioni.

Gli USA, in questo sfruttamento, non sono stati da meno, fino a rendersi conto –come Luca ha ben documentato nel suo libro– che è impossibile parlare di economia reale trasferendo fabbriche e smantellando produzioni. Forse, per tale motivo l’operaio o il pescatore del Massachusetts, nonché l’allevatore Texano hanno premiato la politica ruspante di Donald Trump che ha dichiarato una guerra commerciale all’avversario asiatico.

Purtroppo, credo sia difficile ingaggiare una guerra e combatterne le battaglie senza vittime, infatti se da un lato –come Luca Marfé documenta in “Yes We Trump”– la riduzione delle tasse e l’aumento dei dazi hanno invogliato le aziende americane a rientrare in patria, dall’altro le compagnie di navigazione, il mondo dei trasporti e tutto l’indotto nato e sviluppato sulla logica delle importazioni –come sottolineo in China Prosit– ha perso terreno e posti di lavoro.

L’ideale sarebbe cercare un giusto punto d’equilibrio, quasi impossibile da trovare negoziando con un paese che ha deciso di chiudere la sua politica economica nel 2025 con l’abolizione totale della povertà e in Cina esistono ancora ottocento milioni di poveri assoluti.

Un paese, la Cina, che ha deciso di affidarsi all’economia della bicicletta: mai smettere di pedalare per evitare rovinose cadute e, mentre combatte la sua guerra commerciale con l’America, viaggia nel resto del mondo alla ricerca di nuovi partner con cui stringere accordi economici.

Ed ecco che il presidente Cinese rimbalza tra i vari Stati d’Europa con il miraggio di aprire l’accesso ad un mercato di oltre un miliardo e quattrocentomila potenziali consumatori –quanti sono gli abitanti della Cina–, in cambio di concessioni portuali, tracciati di terra e strade ferrate per rinsaldare il progetto della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, la politica Italiana resta abbagliata dall’effimero scintillio di metalli poveri fatti passare per oro e il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America, ci toglie la terra sotto i piedi. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la recente vicenda Whirlpool (e simili) non sia stata anche il pretesto per alimentare un malcontento operaio nel nostro Paese, ripetendo –in scala ridotta–, ciò che avvenne a Detroit con il fermo della produzione di automobili, dove nell’era pre-Trump le fabbriche chiudevano e la gente perdeva il lavoro puntando il dito contro i cinesi.

Intanto i nostri politici, strattonati dall’affanno monetario, riprendono a guardare verso Oriente come ai tempi di Marco Polo, dimenticando che Kublai Khan è morto da tempo.

(MarioVolpe)

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A Wuhan si ritorna a scuola.

In Cina, nella città di Wuhan, dove la pandemia da Covid è iniziata si ripensa alla riorganizzazione della normale vita sociale ed economica così, dopo mesi di chiusura totale e restrizioni, si procede verso la normalità senza sottovalutare possibili recidive.

Le autorità locali in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione cinese hanno elaborato diversi protocolli di sicurezza per consentire al milione e quattrocento mila studenti, di tutte le scuole di ogni ordine e grado di Wuhan, di ritornare sui banchi.

Ogni istituto dovrà riorganizzarsi ripensando alle fasce orarie di accesso e gli studenti dovranno presentarsi nelle classi muniti di test COVID negativi, non più vecchi di una settimana. Lo stesso criterio sarà applicato a tutti i docenti, senza alcuna possibilità di contestazione. Resteranno ancora in attesa di rientrare al lavoro i professori stranieri che vivono nella città.

Inoltre ogni scuola sarà munita di un centro medico e dovrà organizzare corsi ANTI-COVID per spiegare agli studenti le fasi di contagio; come evitarlo e come riconoscerne i sintomi. In classe, pur prevedendo il distanziamento, non sarà obbligatorio indossare la mascherina benché, ogni studente dovrà necessariamente averne una da usare in caso di emergenza. Infatti, qualora un allievo o un docente dovessero manifestare sintomi da Covid saranno immediatamente isolati e trasportati nelle apposite strutture di quarantena sparse per la città. Di seguito tutta la classe sarà sottoposta al tampone e tutti i soggetti positivi isolati immediatamente.

Gli amministratori di Wuhan si sono ripromessi di non ripetere, con la scuola, gli errori fatti a dicembre dello scorso anno in merito alle notizie sulla diffusione del nuovo coronavirus, per tale ragione hanno messo in campo tutte le risorse disponibili per evitare che le riaperture delle scuole possano riaccendere nuovi focolai, e il Ministero dell’Istruzione cinese ha organizzato dei supporti psicologici per gli studenti particolarmente danneggiati dalla pandemia

Queste precauzioni e contromisure su cui vigileranno, senza deroghe, le autorità siniche competenti potranno ridare nuova speranza e forse, questa volta, copiare qualcosa da loro potrebbe esserci di aiuto.

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Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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TIMEDREAMS

L’ultima invenzione

Finalmente il futuro è arrivato nel tuo presente.

Lo slogan della TIMEDREAMS è stato redatto per pubblicizzare una nuova e strepitosa diavoleria tecnologica capace di rendere i viaggi nel tempo un’incredibile realtà. La macchina – come dichiara la casa produttrice – potrà  proiettare un viaggiatore nel futuro o fargli rivivere  il passato. Ma prima di lanciarla in grande stile, l’azienda vorrebbe testare la sicurezza del suo funzionamento e, per tale motivo, ha promosso – tramite Internet – una campagna per reclutare gente che si offrisse per collaudarla. Certo potrebbero esserci dei rischi, ma leggendo le clausole in piccolo, il peggio che potrebbe accadere, in caso di fallimento, non sarebbe altro che un gran mal di testa con nausea annessa e nessuna esperienza di viaggio: ovvero nessun ricordo della fantastica avventura.

 Io non amo pensare agli imprevisti, ma è pur sempre il collaudo di una macchina per i viaggi nel tempo  e il rischio di restare intrappolati nel passato, o finire sparati per sempre nel futuro non è da escludere; eppure malgrado tutte le mie perplessità mi sono fatto avanti. L’opportunità di un viaggio del genere, e per giunta senza spese, non posso lasciarmela sfuggire, così ho acceso il computer, afferrato il mouse e, puntando dritto sul loro sito, ho aperto la pagina:

Proponiti per collaudare la macchina del tempo

Non mi resta che nascondere le preoccupazioni sotto il tappeto, come fanno le inservienti pigre con la polvere, e cliccare su  “registrati”. Nell’attesa che la mia candidatura fosse memorizzata nella lista degli aspiranti viaggiatori è apparsa una seconda pagina  dalla quale avrei dovuto fare un’ulteriore scelta. Mi si chiede d’indicare l’epoca del viaggio di dieci minuti attraverso le pieghe del tempo.

 “Diamine! Questi allora fanno sul serio”, ho pensato davanti allo schermo del computer concentrato a meditare sulla giusta destinazione. Così, mi sono detto che se fossi stato un professore di  latino e greco avrei, senza dubbio, optato per un viaggio nell’antica Roma o nella  Grecia dei filosofi; l’opportunità di vivere di persona quei giorni così remoti sarebbe stata impagabile.  Mentre, se fossi stato un medievalista non avrei avuto dubbi a correre tra le braccia di Carlo Magno o avrei marcato il mio biglietto dritto verso gli anni dell’inquisizione, se non altro per guardare la faccia dei preti che mettevano la gente al rogo; ma non essendo uno storico un tale viaggio sarebbe stato uno spreco di tempo prezioso.

Pensandoci bene potrei scegliere di andare in un passato recente,  magari durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, ma anche questa ipostesi è da scartare, perché il solo ricordo di quelle atrocità mi fa stare male. A ben vedere, non rimane che il futuro, almeno potrei essere testimone dello straordinario progresso del balzo tecnologico e delle sue impensabili meraviglie, ma se l’arroganza dell’ingegno umano non si fermasse davanti a nulla fino a distruggere il pianeta?

Come potrei  ritornare indietro e vivere il resto dei miei giorni con una tale consapevolezza? E cosa mai avrei potuto raccontare ai miei figli? Però conoscere cosa ci riserva il futuro è sempre interessante, allorché mi sono domandato perché  non andare avanti quel poco che basta per dare una sbirciatina ai miei ragazzi cresciuti? Dieci minuti sarebbero sufficienti per inquadrare le possibili conseguenze delle loro scelte nel presente, sincerandomi del loro successo e della loro felicità.  Avrei potuto sapere in anticipo l’esito di un colloquio di lavoro o di una relazione sentimentale e metterli in guardia un volta ritornato nel mio tempo. Ma  forse pur facendo l’esatta previsione degli esiti delle loro scelte di vita dubito che mi darebbero ascolto, liquidandomi con la solita frase: “papà non puoi capire, sei antidiluviano.”

E se pure avessero voluto dare credito ai miei pareri forse non sarebbe stato giusto, quelli non sarebbero mai stati consigli  della saggezza di un genitore. Sarebbero imposizioni nate da una partita truccata che li deruberebbe dei propri sogni, privandoli del gusto emotivo dell’imprevisto, dell’inconoscibile che forgia la vita.

Non mi resta che una sola giusta scelta per formalizzare la mia piena candidatura al collaudo della macchina del tempo della TIMEDREAMS. Ho deciso ritornerò indietro di qualche anno per rivivere i giorni in cui mio padre era ancora vivo per fare,  in soli dieci minuti, una cosa che in quaranta anni non ho mai avuto il coraggio di fare, guardarlo negli occhi per  dirgli: “Ti voglio bene papà.”

      Click, invio e la giusta scelta è fatta, ora non mi resta che attendere che il sogno s’avveri.

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L’invasione cinese: metodo, merci e virus.

Se la Cina ha partorito il Covid, l’Occidente
di certo lo ha ben adottato.

L’invasione cinese in ogni angolo del globo sembra ormai cosa certa e, in quei pochi recessi del pianeta, dove la Cina non era famosa per le sue merci lo è diventata per un virus che ha devastato, e continua a devastare, vite umane, economiche e modelli sociali su cui molte comunità hanno edificato la propria ragion d’essere.

Certamente la diffusione di questo nuovo virus (battezzato con la sigla COVID19)  non è avvenuta seguendo un arcano complotto di poteri forti, ma secondo un sentiero del tutto naturale come per altre epidemie che hanno flagellato l’umanità a partire dalla peste fino alla recente SARS.  Malgrado i luoghi di origine di tali patogeni siano spesso regioni della Cina non è logico, e quantomeno ingiusto, puntare il dito verso ogni singolo cinese additandolo come untore; dal momento che l’Occidente non si è fatto scrupolo ad aprire le porte per accogliere le opportunità industriali, commerciali ed economiche offerte dal Paese del Dragone. Leccornie, come la manodopera a basso prezzo e  un immenso bacino di consumatori, hanno stimolato gli appetiti di molti uomini d’affari e dei loro Governi. Eppure è incontestabile che il sistema Cina  – non il suo popolo –  è stato, come sempre, avido di trasparenza per timore che anticipando l’allarme sanitario si potesse falcidiare la crescita economica. Non era possibile, per i progetti del governo cinese,  smentire la teoria dell’arricchirsi a tutti i costi e ad ogni prezzo. Solo che, questa volta, il prezzo è stato pagato anche da chi ha beneficiato poco o niente dagli intrecci con la Cina. Quindi il principio de “L’economia della bicicletta” (secondo il quale bisogna sempre produrre e vendere, altrimenti si rischia di cadere); della massima di Xiaoping, “non importa di quale colore sia il gatto purché acchiappi il topo” (della serie ci interessa il fine e non il mezzo) o delle nuove formule del Capitalismo Socialista cinese: “lavorare e arricchirsi senza contestare le decisioni del regime”, hanno portato ogni uomo o donna ad ambire al possesso delle “tre chiavi”: quella di casa, dell’azienda e dell’auto. Ma per i sudditi di Pechino non bastano le opportunità offerte dal libero capitalismo, non bastano scaltrezza e determinazione per raggiungere il vero successo;  occorre essere sottoposti ad un equivalente sinico del principio di Archimede. Ovvero, un imprenditore cinese se immerso nel sistema politico riceve una spinta economica dal basso verso l’alto pari al peso delle sue amicizie di partito.

Huawei, Alibaba e altri famosi brand della Grande Muraglia, di cui oggi si sente parlare ovunque, non sono nati nei garage delle villette di periferia, ma sono fenici risorte dalle ceneri di mastodontiche   corporazioni industriali e i loro fondatori non erano studenti squattrinati di qualche università di provincia, ma gente che all’epoca era impegnata in ruoli di rilievo  assegnati dal Regime di Pechino. Se così non fosse sarebbe quanto mai strana la massiccia presenza di attività commerciali cinesi in altri Paesi. Magari molti sono sostenute dal credito proveniente dalla madre patria o  hanno fatto la questua di villaggio in villaggio, propinando lo slogan: “Investi nel ristorante che Chen, Lin, o chi per esso,  a Roma, a Londra o a Parigi. Sarà la tua occasione per diventare ricco.”

Così, i pochi spiccioli che ogni povero contadino ha impiegato per sostenere il progetto di un suo connazionale d’oltremare  sono diventati – grazie alla magia dei cambi monetari – un tesoretto da reinvestire per foraggiare una globale mega-festa del danaro a cui  le imprese e i Governi,  del mondo, chiedono di partecipare.

Una festa organizzata da una nazione ormai libera dalla sottomissione economica dell’Occidente, ma che rischia di vacillare sotto i colpi del COVID19 che potrebbe mettere un freno alle grandi ambizioni del presidente Xi-Jinping; l’uomo che vorrebbe la Cina prima potenza mondiale entro il 2025. Come sempre la brama di potere e ricchezza offusca la mente, facendo dimenticare i saggi principi del giusto vivere, scegliendo di non sprangare tutto alle prime avvisaglie della nuova infezione per non compromettere la resa economica d’imponenti manifestazioni sportive e commerciali.

Se il dottor Li Wenliang (scopritore del Coronavirus) fosse stato ascoltato e non arrestato,  se la Cina avesse subito posto la città di Wuhan in quaranta evitando a cinquantamila possibili contagiati di fuggire e contribuire a disseminare il virus, se la Germania avesse annullato le fiere commerciali d’inizio anno, se ogni grande evento fosse stato  cancellato da subito,  se alcuni luminari della medicina non avessero scambiato il nuovo virus con un banale raffreddore  e se qualcuno  avventuriero senza scrupoli non ci avesse visto una meschina opportunità di affari, non avremmo avuto centinaia di migliaia di morti nel mondo e, forse molti bambini sarebbero ancora tra le braccia dei loro nonni.

Perché se è vero che la Cina ha partorito il virus è pur vero che noi lo abbiamo ben adottato.

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La piscina dorata

Fare attenzione ai prezzi dei propri acquisti evita spiacevoli fregature.

Le emergenze sono il nitro degli affari. Sì il nitro, quella sostanza virtuale che nei videogame dà la spinta decisiva al bolide in gara. Una spinta che può fare la differenza tra chi vince e chi perde.

 Lo stesso è stato per l’emergenza sanitaria di questo periodo (per quelli che leggeranno tra qualche anno parliamo del 2020). Ma il COVID, per qualcuno, è stato una disgrazia per altri una grossa opportunità di rastrellare danaro.

Infatti, le piattaforme di e-commerce hanno partecipato al banchetto sedendosi a capotavola e alcuni prodotti hanno giocato il ruolo del piatto forte. Tra essi le ormai introvabili piscine fuori terra di varie misure e dimensioni o almeno introvabili ai giusti prezzi di mercato, perché se si è disposti a sborsare qualche migliaio di euro, per un prodotto che fino allo scorso anno ne valeva poche centinaia, ci garantiremo il bagno d’estate.

La corsa all’acquisto delle piscine sembra motivata dalla paura, per molti, di non potersi permettere una vacanza a causa delle stringenti regole del distanziamento sociale e delle nuove configurazioni per gli stabilimenti balneari che, dovendo ridurre il numero di presenze, potrebbero aumentare i costi di accesso alle spiagge. Infine resta la paura di poter contrarre il contagio.

Molti, nel valutare la possibilità di restare a casa e magari avendo una spazio aperto a disposizione, hanno optato di dotarsi di una piscina per rinfrescare l’estate. Scelta condivisibile in pieno se non nell’atteggiamento di alcuni rivenditori che hanno portato alle stelle il prezzo di questi prodotti, non solo per la domanda aumentata, ma anche per la carenza di disponibilità.

Infatti piscine, accessori ed affini provengono prevalentemente dalla Cina (come del resto la maggior parte dei nostri beni di consumo) e hanno subito delle sferzate nella produzione dovute alla chiusura di molte fabbriche a causa del periodo di lockdown cinese, saltando -di fatto- la stagione commerciale nel nostro paese.

Tale motivazione ha indotto molte aziende, che avevano scorte vecchie o quelle che sono riuscite a piazzare qualche ordine, ad aumentare i prezzi al consumo garantendosi lauti guadagni e trattandosi di prodotti non di prima necessità non ci sarebbe nulla di legalmente scorretto. Resta pur sempre la valutazione del giusto comportamento, che dovrebbe condannare speculazioni commerciali immotivate, specialmente in periodi di emergenza nazionale.

Ma infine, resta sempre una scelta individuale quanto pagare per soddisfare un bisogno, come è individuale la consapevolezza di conoscere la differenza tra il giusto prezzo e la fregatura.

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