Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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LA FORZA DI CONFUCIO TRA LE STRADE DI NAPOLI

Confucio non avrebbe mai potuto immaginare che il pianale del suo carretto, sul quale girava la Cina per diffondere il suo insegnamento, sarebbe diventato troppo piccolo per contenervi il mondo intero. Da quasi duemilacinquecento anni dalla sua morte il nome del grande pensatore resta il vessillo culturale di un paese in continua espansione, al punto che non vi sarebbe tabella più appropriata per identificare una delle associazioni culturali più ramificata del globo. L’Istituto Confucio (organizzazione per la diffusione della lingua e la cultura cinese), partito dalla Shanghai International Studies University, ha aperto le sue sedi nelle maggiori università del pianeta fino ad approdare a Napoli nel 2007 presso l’Università Orientale, il più antico ateneo Europeo dedito agli studi della cultura e della lingua Cinese. Ed è proprio partendo dalla sede dell’Istituto Confucio, in via Nuova Marina al numero 56, che incontrando la dottoressa Paola Paderni, direttrice del compartimento Italia del Confucio, docente di politica e istituzioni della Cina contemporanea e il professor Xu Haiming co-direttore e responsabile delle relazioni con la Cina, è stato possibile far luce su alcuni aspetti importanti dello studio del cinese a Napoli.

 Il professor Xu, docente della Shanghai International Studies University, in un perfetto inglese, ha esposto gli obiettivi primari del programma culturale del Confucio tra cui lo studio e la diffusione della lingua attraverso corsi specialistici a cui è possibile iscriversi indipendentemente dal desiderio o dalla necessità di conseguire una Laurea specifica. Padroneggiare il cinese oggi è un’ottima opportunità d’inserimento nel mondo del lavoro grazie ad un idioma che diviene sempre più popolare in conseguenza dell’espansione economica della Cina e degli investimenti che il paese asiatico proietta oltre i propri confini. Lo studio del cinese, come ci ricorda la professoressa Paderni, oltre ad essere una conoscenza sempre più richiesta, è una base importante per trovare un punto d’aggancio tra culture e tradizioni che sembrano totalmente distanti tra loro, ed è lo stesso professor Xu Huaming, a chiarire alcuni limiti in merito alla diffusione di una lingua che, malgrado stia divenendo la più parlata al mondo, non potrà per il momento sostituire l’inglese, soprattutto per la poca diffusione in ambito tecnico.  Al di là delle mere questioni di nicchia, l’Istituto Confucio auspica la diffusione dell’idioma Cinese come base d’integrazione e interscambio culturale, perché solo conoscendo una lingua con le sue sfumature è possibile calarsi nell’intimità di ogni cultura, base fondamentale per la crescita e il rispetto reciproco.

Napoli, per il suo fervore culturale e il suo spirito d’accoglienza è tra le città più adatte a questo genere d’interscambio, che potrebbe essere migliorato introducendo lo studio del Mandarino fin dalle scuole elementari, quando la mente dei bambini è ancora plastica per poter assorbire i costrutti lessicali di una lingua considerata complessa. Ricalcando l’importanza dell’insegnamento delle lingue straniere, il professor Xu sfata il mito della difficoltà del Cinese, una forma espressiva tonale e figurativa che, in realtà, a partire dai primi studi consente la possibilità comunicare in tutta naturalezza.

Lingua e interscambio culturale, questo è l’assioma ripercorso anche dalla professoressa Paola Paderni nell’esporre tutte le iniziative organizzate dall’Istituto Confucio tramite cui è possibile aprire un canale preferenziale d’interscambio formativo tra Napoli e la Cina, non solo presentando le antiche tradizioni del folklore Cinese, ma soprattutto educando la nutrita comunità Orientale alla comprensione delle usanze del nostro paese per apprezzarne tutte le possibili sfaccettature.  Tutti ciò è reso possibile grazie ad interventi che l’Istituto Confucio continua a mettere in campo, come gli incontri con i direttivi di Città della Scienza per la diffusione della cultura scientifica occidentale, le mostre d’opere d’arte Cinese oltre alle presentazioni dei libri dei grandi intellettuali orientali disposti a viaggiare, da un capo all’altro del mondo, per dotare l’umanità di un sapere comune.

(Mario Volpe)