A Wuhan si ritorna a scuola.

In Cina, nella città di Wuhan, dove la pandemia da Covid è iniziata si ripensa alla riorganizzazione della normale vita sociale ed economica così, dopo mesi di chiusura totale e restrizioni, si procede verso la normalità senza sottovalutare possibili recidive.

Le autorità locali in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione cinese hanno elaborato diversi protocolli di sicurezza per consentire al milione e quattrocento mila studenti, di tutte le scuole di ogni ordine e grado di Wuhan, di ritornare sui banchi.

Ogni istituto dovrà riorganizzarsi ripensando alle fasce orarie di accesso e gli studenti dovranno presentarsi nelle classi muniti di test COVID negativi, non più vecchi di una settimana. Lo stesso criterio sarà applicato a tutti i docenti, senza alcuna possibilità di contestazione. Resteranno ancora in attesa di rientrare al lavoro i professori stranieri che vivono nella città.

Inoltre ogni scuola sarà munita di un centro medico e dovrà organizzare corsi ANTI-COVID per spiegare agli studenti le fasi di contagio; come evitarlo e come riconoscerne i sintomi. In classe, pur prevedendo il distanziamento, non sarà obbligatorio indossare la mascherina benché, ogni studente dovrà necessariamente averne una da usare in caso di emergenza. Infatti, qualora un allievo o un docente dovessero manifestare sintomi da Covid saranno immediatamente isolati e trasportati nelle apposite strutture di quarantena sparse per la città. Di seguito tutta la classe sarà sottoposta al tampone e tutti i soggetti positivi isolati immediatamente.

Gli amministratori di Wuhan si sono ripromessi di non ripetere, con la scuola, gli errori fatti a dicembre dello scorso anno in merito alle notizie sulla diffusione del nuovo coronavirus, per tale ragione hanno messo in campo tutte le risorse disponibili per evitare che le riaperture delle scuole possano riaccendere nuovi focolai, e il Ministero dell’Istruzione cinese ha organizzato dei supporti psicologici per gli studenti particolarmente danneggiati dalla pandemia

Queste precauzioni e contromisure su cui vigileranno, senza deroghe, le autorità siniche competenti potranno ridare nuova speranza e forse, questa volta, copiare qualcosa da loro potrebbe esserci di aiuto.

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#chinaprosit #huiko #l’annodeldragone #rogiosieditore #diogeneedizioi

Grandi autori.

…Jules Verne non è stato solo il padre della fantascienza. Nei suoi romanzi d’avventura non solo ipotizzò realtà concretizzate dopo oltre cent’anni, ma immaginò modelli finanziari e sociali dei nostri tempi. Nel suo romanzo “Dalla Terra alla Luna” pensò, per finanziare l’epocale impresa, a una campagna globale di raccolta fondi dal basso: in poche parole un moderno crowdfunding.
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ANCHE L’UCRAINA HA IL SUO PAPERONE

Yuriy Kousik

Quando si parla dei paperoni del mondo l’immaginazione punta direttamente a nomi del calibro di Bill Gates, Mark Zhuchemberg, Jack Ma, Bezzof di Amazon e perché non al nostrano Berlusconi. 

Nomi collegati a immensi patrimoni, eppure queste star del contante non sono gli unici ad avere le tasche imbottite di danaro. 

Nel mondo esistono superricchi di cui si parla poco o niente e che saltano all’occhio solo per qualche eclatante fatto di cronaca. Ma quando sulle banchine dei nostri porti sono ormeggiate vere e proprie ville galleggianti ecco saltare fuori qualche nome poco conosciuto al grande pubblico.

Tra essi risuona Yuriy Kousik il proprietario dello ACE, uno yacht di ben 87 metri inchiodato per tutto l’anno in Costa Azzurra, eccetto nei momenti in cui i quindici membri dell’equipaggio salpano le ancore per la crociera estiva della ricca famiglia Kosiuk. 

Il proprietario di questa meraviglia è un magnete ucraino che ha fatto fortuna nel campo delle derrate alimentari, naturalmente aiutato dalle torbide politiche del suo paese, ma con la spinta dell’innovazione. Le aziende agricole di Yuriky sono quasi totalmente meccanizzate e producono derrate agricole con metodo biologico. Una parola magica che ha riempito le tasche di molti arguti imprenditori del settore senza escludere l’agronomo ucraino che a discapito di un salario medio di €310 dollari, per i suoi connazionali, sfoggia un patrimonio di oltre un miliardo di dollari. 

Ma del resto il signor Yuriky, a parte qualche aiuto dall’alto, ha meritato ampiamente la sua fortuna partendo come broker della Kyiv Commodity Exchange, occupandosi della commercializzazione di carne e latte, ma fu l’incarico di deputato offertogli dal presidente ucraino Petro Poroshenko nel 2014 a fargli spiccare il grande salto nel mondo dell’altra imprenditoria. 

Oggi mentre le aziende di Yuriky esportano frutta e ortaggi in tutta Europa i marinai dell’ACE riscaldano i motori per la solita crociera milionaria. 

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Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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LA FORZA DI CONFUCIO TRA LE STRADE DI NAPOLI

Confucio non avrebbe mai potuto immaginare che il pianale del suo carretto, sul quale girava la Cina per diffondere il suo insegnamento, sarebbe diventato troppo piccolo per contenervi il mondo intero. Da quasi duemilacinquecento anni dalla sua morte il nome del grande pensatore resta il vessillo culturale di un paese in continua espansione, al punto che non vi sarebbe tabella più appropriata per identificare una delle associazioni culturali più ramificata del globo. L’Istituto Confucio (organizzazione per la diffusione della lingua e la cultura cinese), partito dalla Shanghai International Studies University, ha aperto le sue sedi nelle maggiori università del pianeta fino ad approdare a Napoli nel 2007 presso l’Università Orientale, il più antico ateneo Europeo dedito agli studi della cultura e della lingua Cinese. Ed è proprio partendo dalla sede dell’Istituto Confucio, in via Nuova Marina al numero 56, che incontrando la dottoressa Paola Paderni, direttrice del compartimento Italia del Confucio, docente di politica e istituzioni della Cina contemporanea e il professor Xu Haiming co-direttore e responsabile delle relazioni con la Cina, è stato possibile far luce su alcuni aspetti importanti dello studio del cinese a Napoli.

 Il professor Xu, docente della Shanghai International Studies University, in un perfetto inglese, ha esposto gli obiettivi primari del programma culturale del Confucio tra cui lo studio e la diffusione della lingua attraverso corsi specialistici a cui è possibile iscriversi indipendentemente dal desiderio o dalla necessità di conseguire una Laurea specifica. Padroneggiare il cinese oggi è un’ottima opportunità d’inserimento nel mondo del lavoro grazie ad un idioma che diviene sempre più popolare in conseguenza dell’espansione economica della Cina e degli investimenti che il paese asiatico proietta oltre i propri confini. Lo studio del cinese, come ci ricorda la professoressa Paderni, oltre ad essere una conoscenza sempre più richiesta, è una base importante per trovare un punto d’aggancio tra culture e tradizioni che sembrano totalmente distanti tra loro, ed è lo stesso professor Xu Huaming, a chiarire alcuni limiti in merito alla diffusione di una lingua che, malgrado stia divenendo la più parlata al mondo, non potrà per il momento sostituire l’inglese, soprattutto per la poca diffusione in ambito tecnico.  Al di là delle mere questioni di nicchia, l’Istituto Confucio auspica la diffusione dell’idioma Cinese come base d’integrazione e interscambio culturale, perché solo conoscendo una lingua con le sue sfumature è possibile calarsi nell’intimità di ogni cultura, base fondamentale per la crescita e il rispetto reciproco.

Napoli, per il suo fervore culturale e il suo spirito d’accoglienza è tra le città più adatte a questo genere d’interscambio, che potrebbe essere migliorato introducendo lo studio del Mandarino fin dalle scuole elementari, quando la mente dei bambini è ancora plastica per poter assorbire i costrutti lessicali di una lingua considerata complessa. Ricalcando l’importanza dell’insegnamento delle lingue straniere, il professor Xu sfata il mito della difficoltà del Cinese, una forma espressiva tonale e figurativa che, in realtà, a partire dai primi studi consente la possibilità comunicare in tutta naturalezza.

Lingua e interscambio culturale, questo è l’assioma ripercorso anche dalla professoressa Paola Paderni nell’esporre tutte le iniziative organizzate dall’Istituto Confucio tramite cui è possibile aprire un canale preferenziale d’interscambio formativo tra Napoli e la Cina, non solo presentando le antiche tradizioni del folklore Cinese, ma soprattutto educando la nutrita comunità Orientale alla comprensione delle usanze del nostro paese per apprezzarne tutte le possibili sfaccettature.  Tutti ciò è reso possibile grazie ad interventi che l’Istituto Confucio continua a mettere in campo, come gli incontri con i direttivi di Città della Scienza per la diffusione della cultura scientifica occidentale, le mostre d’opere d’arte Cinese oltre alle presentazioni dei libri dei grandi intellettuali orientali disposti a viaggiare, da un capo all’altro del mondo, per dotare l’umanità di un sapere comune.

(Mario Volpe)