La legge cinese che tappa la bocca ad Hong Kong ed acceca il resto del mondo.

La nuova legge cinese sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong ha iniziato a colpire senza pudore chiunque protesti per la libertà, rischiando l’ergastolo per l’accusa di sovversione. 

La scatola delle meraviglie; la città Stato che garantiva piena autonomia ai suoi cittadini, nonché agli stranieri che la abitano, rischia di cadere ­–pezzo per pezzo– sotto le sferzate di un regime tollerato dalle democrazie occidentali. Persino gli Stati Uniti, dopo aver fatto la voce grossa con la guerra dei dazi, non sono riusciti a porre un freno all’atteggiamento arrogante e invasivo della Cina che sembra non voler mantenere gli impegni presi con Londra in merito alla gestione della sua ex-colonia. Del resto il paese asiatico non è nuovo a comportamenti del genere che trasformano promesse e accordi in carta da macero senza la minima remora. 

Proteste ad Hong Kong

Ormai il potere economico e sociale della Cina si è insinuato in ogni nazione e pensare di poterlo estirpare con brutale determinazione è solo utopia, dal momento che le radici cinesi si sono infiltrate non solo nell’economia del mondo, ma tentano di aggrovigliarne anche la cultura fagocitando eventi sportivi, culturali e non ultimo le grandi produzioni cinematografiche.  Una cavalcata inarrestabile i cui effetti potrebbero essere scioccanti per le società occidentali.  

Malgrado Hong Kong è lontana dalle nostre case e ci riesce difficile sentire bruciore dei lacrimogeni lanciati dalla polizia contro gli studenti, ne sopportiamo l’effetto sulle nostre imprese erose da una Cina che non tollera ingerenze esterne nella sua politica, ma s’infiltra nella politica degli Stati esteri senza pudore adottando due pesi e due misure. Per tale ragione è   inconcepibile ignorare il messaggio della Cina che filtra attraverso lo specchio di Hong Kong, da sempre espressione dell’opulenza, del benessere e della libertà nel mondo asiatico.  

Oggi la Cina dalla capacità di sorprendere per lo sviluppo economico sta rapidamente passando alla capacità d’imporsi anche militarmente, il che porterebbe all’inasprimento delle tensioni internazionali con le grandi potenze e all’occupazione dei paesi più poveri e politicamente meno forti, con il rischio che si possa generare una nuova ondata di schiavismo coloniale di cui sarà difficile liberarsi.

(MarioVolpe)

#chinaprosit

Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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L’invasione cinese: metodo, merci e virus.

Se la Cina ha partorito il Covid, l’Occidente
di certo lo ha ben adottato.

L’invasione cinese in ogni angolo del globo sembra ormai cosa certa e, in quei pochi recessi del pianeta, dove la Cina non era famosa per le sue merci lo è diventata per un virus che ha devastato, e continua a devastare, vite umane, economiche e modelli sociali su cui molte comunità hanno edificato la propria ragion d’essere.

Certamente la diffusione di questo nuovo virus (battezzato con la sigla COVID19)  non è avvenuta seguendo un arcano complotto di poteri forti, ma secondo un sentiero del tutto naturale come per altre epidemie che hanno flagellato l’umanità a partire dalla peste fino alla recente SARS.  Malgrado i luoghi di origine di tali patogeni siano spesso regioni della Cina non è logico, e quantomeno ingiusto, puntare il dito verso ogni singolo cinese additandolo come untore; dal momento che l’Occidente non si è fatto scrupolo ad aprire le porte per accogliere le opportunità industriali, commerciali ed economiche offerte dal Paese del Dragone. Leccornie, come la manodopera a basso prezzo e  un immenso bacino di consumatori, hanno stimolato gli appetiti di molti uomini d’affari e dei loro Governi. Eppure è incontestabile che il sistema Cina  – non il suo popolo –  è stato, come sempre, avido di trasparenza per timore che anticipando l’allarme sanitario si potesse falcidiare la crescita economica. Non era possibile, per i progetti del governo cinese,  smentire la teoria dell’arricchirsi a tutti i costi e ad ogni prezzo. Solo che, questa volta, il prezzo è stato pagato anche da chi ha beneficiato poco o niente dagli intrecci con la Cina. Quindi il principio de “L’economia della bicicletta” (secondo il quale bisogna sempre produrre e vendere, altrimenti si rischia di cadere); della massima di Xiaoping, “non importa di quale colore sia il gatto purché acchiappi il topo” (della serie ci interessa il fine e non il mezzo) o delle nuove formule del Capitalismo Socialista cinese: “lavorare e arricchirsi senza contestare le decisioni del regime”, hanno portato ogni uomo o donna ad ambire al possesso delle “tre chiavi”: quella di casa, dell’azienda e dell’auto. Ma per i sudditi di Pechino non bastano le opportunità offerte dal libero capitalismo, non bastano scaltrezza e determinazione per raggiungere il vero successo;  occorre essere sottoposti ad un equivalente sinico del principio di Archimede. Ovvero, un imprenditore cinese se immerso nel sistema politico riceve una spinta economica dal basso verso l’alto pari al peso delle sue amicizie di partito.

Huawei, Alibaba e altri famosi brand della Grande Muraglia, di cui oggi si sente parlare ovunque, non sono nati nei garage delle villette di periferia, ma sono fenici risorte dalle ceneri di mastodontiche   corporazioni industriali e i loro fondatori non erano studenti squattrinati di qualche università di provincia, ma gente che all’epoca era impegnata in ruoli di rilievo  assegnati dal Regime di Pechino. Se così non fosse sarebbe quanto mai strana la massiccia presenza di attività commerciali cinesi in altri Paesi. Magari molti sono sostenute dal credito proveniente dalla madre patria o  hanno fatto la questua di villaggio in villaggio, propinando lo slogan: “Investi nel ristorante che Chen, Lin, o chi per esso,  a Roma, a Londra o a Parigi. Sarà la tua occasione per diventare ricco.”

Così, i pochi spiccioli che ogni povero contadino ha impiegato per sostenere il progetto di un suo connazionale d’oltremare  sono diventati – grazie alla magia dei cambi monetari – un tesoretto da reinvestire per foraggiare una globale mega-festa del danaro a cui  le imprese e i Governi,  del mondo, chiedono di partecipare.

Una festa organizzata da una nazione ormai libera dalla sottomissione economica dell’Occidente, ma che rischia di vacillare sotto i colpi del COVID19 che potrebbe mettere un freno alle grandi ambizioni del presidente Xi-Jinping; l’uomo che vorrebbe la Cina prima potenza mondiale entro il 2025. Come sempre la brama di potere e ricchezza offusca la mente, facendo dimenticare i saggi principi del giusto vivere, scegliendo di non sprangare tutto alle prime avvisaglie della nuova infezione per non compromettere la resa economica d’imponenti manifestazioni sportive e commerciali.

Se il dottor Li Wenliang (scopritore del Coronavirus) fosse stato ascoltato e non arrestato,  se la Cina avesse subito posto la città di Wuhan in quaranta evitando a cinquantamila possibili contagiati di fuggire e contribuire a disseminare il virus, se la Germania avesse annullato le fiere commerciali d’inizio anno, se ogni grande evento fosse stato  cancellato da subito,  se alcuni luminari della medicina non avessero scambiato il nuovo virus con un banale raffreddore  e se qualcuno  avventuriero senza scrupoli non ci avesse visto una meschina opportunità di affari, non avremmo avuto centinaia di migliaia di morti nel mondo e, forse molti bambini sarebbero ancora tra le braccia dei loro nonni.

Perché se è vero che la Cina ha partorito il virus è pur vero che noi lo abbiamo ben adottato.

#mariovolpescrittore #chinaprosit #huiko #rogiosieditore #espressonapoletano #diogeneedizioni

La piscina dorata

Fare attenzione ai prezzi dei propri acquisti evita spiacevoli fregature.

Le emergenze sono il nitro degli affari. Sì il nitro, quella sostanza virtuale che nei videogame dà la spinta decisiva al bolide in gara. Una spinta che può fare la differenza tra chi vince e chi perde.

 Lo stesso è stato per l’emergenza sanitaria di questo periodo (per quelli che leggeranno tra qualche anno parliamo del 2020). Ma il COVID, per qualcuno, è stato una disgrazia per altri una grossa opportunità di rastrellare danaro.

Infatti, le piattaforme di e-commerce hanno partecipato al banchetto sedendosi a capotavola e alcuni prodotti hanno giocato il ruolo del piatto forte. Tra essi le ormai introvabili piscine fuori terra di varie misure e dimensioni o almeno introvabili ai giusti prezzi di mercato, perché se si è disposti a sborsare qualche migliaio di euro, per un prodotto che fino allo scorso anno ne valeva poche centinaia, ci garantiremo il bagno d’estate.

La corsa all’acquisto delle piscine sembra motivata dalla paura, per molti, di non potersi permettere una vacanza a causa delle stringenti regole del distanziamento sociale e delle nuove configurazioni per gli stabilimenti balneari che, dovendo ridurre il numero di presenze, potrebbero aumentare i costi di accesso alle spiagge. Infine resta la paura di poter contrarre il contagio.

Molti, nel valutare la possibilità di restare a casa e magari avendo una spazio aperto a disposizione, hanno optato di dotarsi di una piscina per rinfrescare l’estate. Scelta condivisibile in pieno se non nell’atteggiamento di alcuni rivenditori che hanno portato alle stelle il prezzo di questi prodotti, non solo per la domanda aumentata, ma anche per la carenza di disponibilità.

Infatti piscine, accessori ed affini provengono prevalentemente dalla Cina (come del resto la maggior parte dei nostri beni di consumo) e hanno subito delle sferzate nella produzione dovute alla chiusura di molte fabbriche a causa del periodo di lockdown cinese, saltando -di fatto- la stagione commerciale nel nostro paese.

Tale motivazione ha indotto molte aziende, che avevano scorte vecchie o quelle che sono riuscite a piazzare qualche ordine, ad aumentare i prezzi al consumo garantendosi lauti guadagni e trattandosi di prodotti non di prima necessità non ci sarebbe nulla di legalmente scorretto. Resta pur sempre la valutazione del giusto comportamento, che dovrebbe condannare speculazioni commerciali immotivate, specialmente in periodi di emergenza nazionale.

Ma infine, resta sempre una scelta individuale quanto pagare per soddisfare un bisogno, come è individuale la consapevolezza di conoscere la differenza tra il giusto prezzo e la fregatura.

#mariovolpescrittore

Quarantena: qualcuno paga le inefficienze dello Stato.

Una mente pensante ha il diritto, per non dire il dovere, di rimescolare le idee, di valutare i fatti e di trarre conclusioni.  Gli ultimi mesi sono stati ricchi di spunti riflessivi e, perché no, narrativi. Dagli scontri tra virologi, alle battaglie a colpi d’ordinanze; dalle smentite alle conferme della scienza, fino alla gente reclusa in casa per non aver commesso il fatto o per averlo commesso, istigata dall’inefficienza della nostra macchina statale e dalle risorse ectoplasmatiche messe in campo da un governo che annaspa. 

È notizia recente di uno studente siciliano, tornato dal Nord che, dopo aver osservato il periodo previsto per la quarantena, si è ritenuto libero di poter circolare per la città, salvo venire a conoscenza (dopo diverso tempo) di essere risultato positivo al tampone a cui era stato sottoposto. Un asintomatico, quindi, che avrebbe dovuto rimanere rinchiuso per un periodo indeterminato fino a che la cronica inefficienza del nostro sistema Italia non avesse rilasciato il risultato del test, che sarebbe dovuto arrivare entro settantadue ore e non settantadue settimane: questione di percezione temporale, avrebbe ribadito qualcuno con spiccato senso dell’ironia. 

Per la cronaca il ragazzo ha immediatamente avvertito tutti i suoi contatti, ma comunque sarà oggetto d’indagine e rischierà quanto previsto dalla legge in casi del genere, per i quali è difficile formulare un giudizio dopo aver assistito a virtuosismi d’incompetenza da parte dei nostri amministratori e governanti di ogni ordine, grado e colore politico. 

Eppure, l’idea di essere al cospetto di un sistema giustizialista e statalista, focalizzato sulla pena piuttosto che sulla prevenzione, è indubbia. È troppo semplice (per non dire superficiale) emanare provvedimenti che limitano la libertà personale, scaricando la responsabilità sull’atteggiamento dei singoli, imponendo misure di prevenzione prive dei necessari strumenti. 

Mascherine obbligatorie per tutti (indossate sempre, ovunque e comunque) che potrebbero ridurre in modo drastico il contagio, sanificazione settimanale per le strade e nei luoghi pubblici, potenziamento del lavoro a distanza, e regolamentazione intelligente dei luoghi d’assembramento come baretti e siti della movida notturna, divenuti fulcro d’interesse dei Governatori di Regione e dei sindaci che lasciano agonizzare altre fette della nostra società. Questi sono gli aspetti si cui tutti dovrebbero concentrarsi, invece predicano dai pulpiti televisivi mentre i cacciatori di taglie inveiscono su gente che si affanna per farsi spazio tra le macerie di un’economia polverizzata. Una classe che continua a rimanere incollata alle poltrone del potere, tra gli scandali di partito e le fabbriche che sprangano le porte, intanto che muore anche la dignità del lavoro.

Perché, se è pur vero che COVID-19 ha dichiarato guerra alla società civile, la politica ne ha firmato la resa incondizionata.

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