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La forza del Dragone.

Oggi quando si parla di Cina si tende a dimenticare il suo glorioso passato e il suo vantaggio di oltre 4000 anni di storia sull’Occidente, tralasciando i meriti di un popolo che scriveva quando il resto del mondo grugniva; un popolo che allestiva spettacoli di fuochi d’artificio, che usava il petrolio per illuminare le case, che conosceva le costellazioni e adoperava la moneta quando in Europa era ancora in voga il baratto. 

Se solo volessimo pensare alle conoscenze e le invenzioni che il popolo dell’antica Cina ci ha trasmesso, e di cui oggi godiamo, basterebbe solo questo per trattare con maggior riguardo i cinesi del nostro tempo; senza considerare le imprese del navigatore Zheng He, che ha lambito le coste delle Americhe ben prima di Colombo, spingendosi, alla guida di oltre trecento navi, fino in Nuova Zelanda e Australia per aprire nuove rotte commerciali. 

Questo e molto altro è il vanto dell’antico passato cinese, in contrapposizione ai  soprusi subiti per le invasioni straniere e per le sofferenze che la storia recente ha consegnato nelle avide brame dei Signori della Guerra. Parliamo delle stesso popolo che ha contato oltre quarantasei milioni di vittime nei campi di rieducazione voluti dalla follia del regime Comunista di Mao, che per riaccendere la scintilla della vecchia gloria ha innescato una spirale di carestia e povertà estrema, costringendo la sua stessa gente a una fame terribile: fino limite di cannibalizzare cadaveri per sopravvivere.

Un popolo che moriva ingerendo terra per assorbirne i minerali o che sopprimeva i figli in culla per evitare di vederli soffrire di stenti. Un passato, che per le moderne coscienze distratte, resta depositato nei libri di storia perché oggi l’immagine della Cina passa attraverso l’arroganza economica, le colossali opere pubbliche, le pompose parate militari, la guerra dei dazi, le polemiche sul 5G, le milioni di transazioni commerciali del colosso Alibaba e attraverso il potere incondizionato del presidente Xi-Jinping, dimenticando –ancora una volta– che sono stati gli imprenditori occidentali a beneficiare della manodopera a basso costo dei lavoratori cinesi e degli spazi di produzione resi disponibili senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e dell’ambiente. Semplificazioni che hanno fatto comodo a produttori e dirigenti dei nostri Paesi, convinti di approdare in una terra di conquista per ritrovarsi –quasi senza accorgersene– a competere con un paese pronto a battere cassa risvegliando l’imbattibile forza del Dragone. 

#chinaprosit

Diogene Edizioni

La mia Cina e l’America di Luca.

Napoli e Caserta sono state il campo neutro –per usare un termine calcistico– per una partita d’andata e una di ritorno, che hanno contrapposto le ragioni degli Stati Uniti d’America, con il libro Yes We Trump del giornalista ed esperto di politica americana Luca Marfé e la Cina, con il mio libro China PrositQuanto potrebbe costarci caro questo brindisi con la Cina?” Non riferendomi di certo alla Cina storica, quella delle antiche tradizioni e della saggezza di Confucio; bensì alla Cina di Xi-Jinping: la seconda nazione più potente del pianeta.

Un paese che negli ultimi quarant’anni si è trasformato radicalmente, come se al suo interno ci fosse stata un’esplosione di magia. Eppure questa magia, per chi osserva dal basso, ha un nome ben definito: lavoro e sacrificio. Il lavoro di un popolo che ha fatto della copia un’arte redditizia; che ha scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo e che si è spinto, seicento anni fa, fino alle coste dell’Antartide grazie all’intraprendenza dell’ammiraglio Zheng He. Un inviato dell’imperatore che, alla guida di una flotta di oltre trecento navi lunghe 130 metri e larghe cinquanta –una meraviglia tecnologica per quei tempi-, ha battuto nuove rotte commerciali.

Eppure oggi la Cina, il paese del Dragone, non è più una sterminata risaia, ma grazie a grandi sforzi economici, politici e diplomatici è passata da bacino di manodopera a basso costo, da sfruttare, ad immenso parco industriale capace di fare il bello e cattivo tempo, influenzando l’economia mondiale.

Certamente un tale potere non è piovuto dall’alto, ma si è sviluppato grazie al susseguirsi di progetti attentamente ponderati, paragonabili ad una sfrenata corsa all’oro del Cathay. Soltanto che la Cina, di prezioso, aveva i bassi costi di produzione che hanno attirato milioni d’imprenditori dall’occidente, come mosche al miele, per de-localizzare ordini e produzioni.

Gli USA, in questo sfruttamento, non sono stati da meno, fino a rendersi conto –come Luca ha ben documentato nel suo libro– che è impossibile parlare di economia reale trasferendo fabbriche e smantellando produzioni. Forse, per tale motivo l’operaio o il pescatore del Massachusetts, nonché l’allevatore Texano hanno premiato la politica ruspante di Donald Trump che ha dichiarato una guerra commerciale all’avversario asiatico.

Purtroppo, credo sia difficile ingaggiare una guerra e combatterne le battaglie senza vittime, infatti se da un lato –come Luca Marfé documenta in “Yes We Trump”– la riduzione delle tasse e l’aumento dei dazi hanno invogliato le aziende americane a rientrare in patria, dall’altro le compagnie di navigazione, il mondo dei trasporti e tutto l’indotto nato e sviluppato sulla logica delle importazioni –come sottolineo in China Prosit– ha perso terreno e posti di lavoro.

L’ideale sarebbe cercare un giusto punto d’equilibrio, quasi impossibile da trovare negoziando con un paese che ha deciso di chiudere la sua politica economica nel 2025 con l’abolizione totale della povertà e in Cina esistono ancora ottocento milioni di poveri assoluti.

Un paese, la Cina, che ha deciso di affidarsi all’economia della bicicletta: mai smettere di pedalare per evitare rovinose cadute e, mentre combatte la sua guerra commerciale con l’America, viaggia nel resto del mondo alla ricerca di nuovi partner con cui stringere accordi economici.

Ed ecco che il presidente Cinese rimbalza tra i vari Stati d’Europa con il miraggio di aprire l’accesso ad un mercato di oltre un miliardo e quattrocentomila potenziali consumatori –quanti sono gli abitanti della Cina–, in cambio di concessioni portuali, tracciati di terra e strade ferrate per rinsaldare il progetto della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, la politica Italiana resta abbagliata dall’effimero scintillio di metalli poveri fatti passare per oro e il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America, ci toglie la terra sotto i piedi. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la recente vicenda Whirlpool (e simili) non sia stata anche il pretesto per alimentare un malcontento operaio nel nostro Paese, ripetendo –in scala ridotta–, ciò che avvenne a Detroit con il fermo della produzione di automobili, dove nell’era pre-Trump le fabbriche chiudevano e la gente perdeva il lavoro puntando il dito contro i cinesi.

Intanto i nostri politici, strattonati dall’affanno monetario, riprendono a guardare verso Oriente come ai tempi di Marco Polo, dimenticando che Kublai Khan è morto da tempo.

(MarioVolpe)

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Quattro chiacchiere con Paperone.

Le interviste impossibili.

Intervistare il papero più ricco del mondo, se non di tutto l’universo –come egli stesso ama definirsi–, non è stata cosa affatto semplice. Chiedergli di ritagliare un piccolo spazio del suo prezioso tempo, sempre impiegato alla gestione di lucrosi affari, è stata una procedura lunga ed estenuante. Come è stato complicato poter accedere al suo famoso deposito in cima alla collina di Paperopoli. La struttura, non solo è circondata da allarmi e congegni anti intrusione, ma è difesa personalmente dal signor De Paperoni che monta di guardia, dalla finestra, impallinando con il suo vecchio archibugio chiunque osi oltrepassarne i limiti.

Del resto chi potrebbe biasimarlo con tutto quell’oro e con la Banda Bassotti, evasa di prigione e sempre pronta ad assaltarlo. Al suo posto tutti si sarebbero comportati alla stessa maniera, del resto difendere i frutti del proprio lavoro è un istinto innato, soprattutto quando la ricchezza è il risultato di un impegno duro e non di vincite a concorsi e lotterie; esattamente come è stato per Paperon De Paperoni, che ha costruito un impero economico grazie al suo infallibile fiuto per gli affari. In giro si dice che addirittura riesca a sentire il profumo delle vene d’oro senza fallire mai uno scavo minerario, ma questa curiosità resterà sempre avvolta da un’aura di leggenda e mistero. Benché sarebbe stata una delle domande che avrei voluto rivolgergli, non mi fu possibile in virtù delle condizioni alle quali, il signor De Paperoni, avrebbe concesso la sua intervista, grazie all’intercessione del mio amico –nonché suo nipote ed erede diretto–, Paolino Paperino, il quale minacciandolo d’astenersi da qualsiasi forma di servigio gratuito è riuscito a strappargli il consenso, non più di dieci minuti, per rispondere alla valanga di domande e curiosità che avrei voluto fargli. Ma prima di ricevermi, il ricco papero, ha voluto assicurarsi che nessuna domanda fosse stata posta sull’ammontare della sua fortuna, di quali e quanti fossero i suoi sterminati interessi finanziari; nessun consiglio su come arricchirsi facilmente e soprattutto mai toccare argomenti come filantropia, donazioni, no-profit, regalo, omaggio, a meno che –smosso da un qualche sussulto di generosità– non fosse egli stesso a parlarne.

  L’immancabile palandrana rossa, con cui tutti noi siamo abituai a vederlo, mi pareva una vecchia vestaglia rattoppata e il famoso cilindro, appoggiato al lato della scrivania, non era altro che un vecchio cappello di velluto sgualcito e consunto, ma alcuni sacchi ricolmi di monete d’oro e mazzi di banconote, sparsi per il suo ufficio, erano un inconfondibile biglietto da visita. Malgrado il mobilio spartano da rigattiere, le pareti a tratti scrostate, le porte e le finestre blindate mi ricordavano di essere nell’assoluto tempio del danaro.

          Dopo aver sottoscritto un blindato patto di riservatezza e versato alla sua segretaria un obolo di cinquanta dollari –come simbolico contribuito per il tempo sottratto al suo lavoro–, alle cinque del mattino, le porte del suo ufficio si sono aperte  alla stampa indipendente, permettendomi di sedere difronte alla più grande leggenda della ricchezza di tutti i tempi, anche se la prima impressione fu quella di trovarmi al cospetto di un papero sotto la media, affaticato dal lavoro e per niente rinfrancato dai suoi inimitabili averi.

Dopo essermi presentato, senza troppi convenevoli, e scherzosamente aver chiesto di usarmi la cortesia di non catapultarmi dalla finestra alla fine dell’incontro, ho ritenuto opportuno iniziare l’intervista chiedendogli delle sue memorabili avventure e, tra le tante, quale fosse quella che gli stava maggiormente a cuore.

Che domande! Senza dubbio il mio primo viaggio nel Klondike”, mi rispose.

“E potrei chiederle il perché?”

Che domande! Lì ho trovato ma mia prima pepita d’oro.

“Certamente frutto del suo memorabile fiuto e non di un mero colpo di fortuna”, aggiunsi.

Dice bene! Fiuto e duro lavoro, nessuna fortuna. Dal quel giorno presi a scavare con piccone e badile. Più scavavo, più oro veniva fuori. Beh! Il resto della storia la conoscono tutti.”

“Ha ragione signor De Paperoni, la conoscono tutti e tutti conoscono lei, non solo per le sue grandi capacità di non disperdere il danaro e di farlo fruttare in ogni occasione, ma anche come il miglior manager del pianeta. Lei sarebbe d’accordo con questa mia affermazione?”

In quanto al miglior manager del pianeta è, forse, un tantino riduttivo in questione di termini; io preferisco il miglior proprietario del pianeta. I manager non sono proprietari e spesso lavorano per un profitto da spendere in beni ed oggetti di lusso per cementare la propria figura professionale. Un proprietario invece, come il sottoscritto, lavora solo per amore, senza mai calcolare il volume dei propri guadagni. Lei per caso misura l’amore di sua moglie o della sua fidanzata basandosi sul numero di carezze?”

“Certo che no.”

In effetti è lo stesso principio che un proprietario applica alle sue cose; le valuta, non in misura dei profitti, ma in misura degli affetti. Per la seconda osservazione, sui miei amati dollarucci, è un’abilità che ho affinato con il tempo, fermentata grazie alla forte sensibilità del mio animo verso il dramma della solitudine. Da quado ho guadagnato la mia prima moneta, la famosa numero uno, mi struggevo per il suo stato di solitudine, un’unica moneta tutta sola. Un sentimento che mi ha spinto ad adoperarmi per trovarle, diciamo, compagnia, accrescendo questa grande famiglia pecuniaria. E’ la gioia di vivere tutti in insieme al sicuro, la certezza di non dover girare di mano in mano, di non finire in angusti contenitori di terracotta a forma di porcellino o all’interno di freddi e sterili caveau di banche; per non parlare del macero, quando le banconote divengono orribilmente sgualcite dall’usura. Qui, nel deposito, tutte queste monete e banconote si sentono al sicuro; tutte trattate alla stessa maniera, uguali, senza discriminazione in base al loro valore nominale. Per me non vi è alcuna differenza tra il biglietto da cento dollari e la moneta da dieci centesimi. Ecco perché loro sono sempre qui, non è tanto la mia abilità nel non disperderli, ma quanto il loro desiderio di restare.”

Il poco tempo concessomi dal signor Paperone è passato velocemente ed incuriosito dal suo stile di vita frugale, egocentrico, parsimonioso –a tratti generoso–, avrei voluto rivolgergli ancora tantissime domande, ma il suo continuo sbirciare l’orologio da taschino e i promemoria della vecchia segretaria erano un chiaro segnale che, a breve, avrei dovuto togliere il disturbo. E prima di salutarlo e ringraziarlo, per la gentile concessione, non ho potuto fare a meno di chiedergli della sua spina nel fianco: la controversa faccenda dell’eredità.  Chi avrebbe potuto occuparsi di tenere insieme tutto il danaro che aveva raccolto e se il nipote Paperino fosse stato all’altezza di tale compito.

Certo che non lo è! Ma cosa vuole che le dica? Cerco di pensarci il meno possibile dal momento che per me non sono stati previsti altri parenti oltre a quello smidollato, se non i tre nipotini.”

“Giusto! Ha ragione il testimone potrebbe andare ai simpatici Qui, Quo, Qua. Naturalmente molto al di là da venire”, suggerii con ingenuità l’improbabile rimedio.

Dice bene, molto al di là da divenire. Ma lasciare tutti i miei amati dollarucci a tre diversi eredi rischierebbe di separarli. Se i paperotti, una volta adulti, andassero ciascuno per la propria strada porterebbero via la rispettiva parte del danaro, vanificando tutti i miei sforzi.”

“Allora sarà un futuro problema senza soluzione?” gli chiesi per concludere.

Problema? Certo che no! Non lo sarà finché ci sarò sempre io a tenerli tutti uniti al sicuro in questo deposito, e finché la fantasia partorirà per me sempre nuove storie”, mi rispose accennando un sorriso e, calzando il cilindro, voltò pagina invitandomi ad uscire.

#mariovolpescrittore

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A Wuhan si ritorna a scuola.

In Cina, nella città di Wuhan, dove la pandemia da Covid è iniziata si ripensa alla riorganizzazione della normale vita sociale ed economica così, dopo mesi di chiusura totale e restrizioni, si procede verso la normalità senza sottovalutare possibili recidive.

Le autorità locali in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione cinese hanno elaborato diversi protocolli di sicurezza per consentire al milione e quattrocento mila studenti, di tutte le scuole di ogni ordine e grado di Wuhan, di ritornare sui banchi.

Ogni istituto dovrà riorganizzarsi ripensando alle fasce orarie di accesso e gli studenti dovranno presentarsi nelle classi muniti di test COVID negativi, non più vecchi di una settimana. Lo stesso criterio sarà applicato a tutti i docenti, senza alcuna possibilità di contestazione. Resteranno ancora in attesa di rientrare al lavoro i professori stranieri che vivono nella città.

Inoltre ogni scuola sarà munita di un centro medico e dovrà organizzare corsi ANTI-COVID per spiegare agli studenti le fasi di contagio; come evitarlo e come riconoscerne i sintomi. In classe, pur prevedendo il distanziamento, non sarà obbligatorio indossare la mascherina benché, ogni studente dovrà necessariamente averne una da usare in caso di emergenza. Infatti, qualora un allievo o un docente dovessero manifestare sintomi da Covid saranno immediatamente isolati e trasportati nelle apposite strutture di quarantena sparse per la città. Di seguito tutta la classe sarà sottoposta al tampone e tutti i soggetti positivi isolati immediatamente.

Gli amministratori di Wuhan si sono ripromessi di non ripetere, con la scuola, gli errori fatti a dicembre dello scorso anno in merito alle notizie sulla diffusione del nuovo coronavirus, per tale ragione hanno messo in campo tutte le risorse disponibili per evitare che le riaperture delle scuole possano riaccendere nuovi focolai, e il Ministero dell’Istruzione cinese ha organizzato dei supporti psicologici per gli studenti particolarmente danneggiati dalla pandemia

Queste precauzioni e contromisure su cui vigileranno, senza deroghe, le autorità siniche competenti potranno ridare nuova speranza e forse, questa volta, copiare qualcosa da loro potrebbe esserci di aiuto.

#mariovolpescrittore

#chinaprosit #huiko #l’annodeldragone #rogiosieditore #diogeneedizioi

Grandi autori.

…Jules Verne non è stato solo il padre della fantascienza. Nei suoi romanzi d’avventura non solo ipotizzò realtà concretizzate dopo oltre cent’anni, ma immaginò modelli finanziari e sociali dei nostri tempi. Nel suo romanzo “Dalla Terra alla Luna” pensò, per finanziare l’epocale impresa, a una campagna globale di raccolta fondi dal basso: in poche parole un moderno crowdfunding.
#mariovolpescritttore

ANCHE L’UCRAINA HA IL SUO PAPERONE

Yuriy Kousik

Quando si parla dei paperoni del mondo l’immaginazione punta direttamente a nomi del calibro di Bill Gates, Mark Zhuchemberg, Jack Ma, Bezzof di Amazon e perché non al nostrano Berlusconi. 

Nomi collegati a immensi patrimoni, eppure queste star del contante non sono gli unici ad avere le tasche imbottite di danaro. 

Nel mondo esistono superricchi di cui si parla poco o niente e che saltano all’occhio solo per qualche eclatante fatto di cronaca. Ma quando sulle banchine dei nostri porti sono ormeggiate vere e proprie ville galleggianti ecco saltare fuori qualche nome poco conosciuto al grande pubblico.

Tra essi risuona Yuriy Kousik il proprietario dello ACE, uno yacht di ben 87 metri inchiodato per tutto l’anno in Costa Azzurra, eccetto nei momenti in cui i quindici membri dell’equipaggio salpano le ancore per la crociera estiva della ricca famiglia Kosiuk. 

Il proprietario di questa meraviglia è un magnete ucraino che ha fatto fortuna nel campo delle derrate alimentari, naturalmente aiutato dalle torbide politiche del suo paese, ma con la spinta dell’innovazione. Le aziende agricole di Yuriky sono quasi totalmente meccanizzate e producono derrate agricole con metodo biologico. Una parola magica che ha riempito le tasche di molti arguti imprenditori del settore senza escludere l’agronomo ucraino che a discapito di un salario medio di €310 dollari, per i suoi connazionali, sfoggia un patrimonio di oltre un miliardo di dollari. 

Ma del resto il signor Yuriky, a parte qualche aiuto dall’alto, ha meritato ampiamente la sua fortuna partendo come broker della Kyiv Commodity Exchange, occupandosi della commercializzazione di carne e latte, ma fu l’incarico di deputato offertogli dal presidente ucraino Petro Poroshenko nel 2014 a fargli spiccare il grande salto nel mondo dell’altra imprenditoria. 

Oggi mentre le aziende di Yuriky esportano frutta e ortaggi in tutta Europa i marinai dell’ACE riscaldano i motori per la solita crociera milionaria. 

#mariovolpescrittore

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La legge cinese che tappa la bocca ad Hong Kong ed acceca il resto del mondo.

La nuova legge cinese sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong ha iniziato a colpire senza pudore chiunque protesti per la libertà, rischiando l’ergastolo per l’accusa di sovversione. 

La scatola delle meraviglie; la città Stato che garantiva piena autonomia ai suoi cittadini, nonché agli stranieri che la abitano, rischia di cadere ­–pezzo per pezzo– sotto le sferzate di un regime tollerato dalle democrazie occidentali. Persino gli Stati Uniti, dopo aver fatto la voce grossa con la guerra dei dazi, non sono riusciti a porre un freno all’atteggiamento arrogante e invasivo della Cina che sembra non voler mantenere gli impegni presi con Londra in merito alla gestione della sua ex-colonia. Del resto il paese asiatico non è nuovo a comportamenti del genere che trasformano promesse e accordi in carta da macero senza la minima remora. 

Proteste ad Hong Kong

Ormai il potere economico e sociale della Cina si è insinuato in ogni nazione e pensare di poterlo estirpare con brutale determinazione è solo utopia, dal momento che le radici cinesi si sono infiltrate non solo nell’economia del mondo, ma tentano di aggrovigliarne anche la cultura fagocitando eventi sportivi, culturali e non ultimo le grandi produzioni cinematografiche.  Una cavalcata inarrestabile i cui effetti potrebbero essere scioccanti per le società occidentali.  

Malgrado Hong Kong è lontana dalle nostre case e ci riesce difficile sentire bruciore dei lacrimogeni lanciati dalla polizia contro gli studenti, ne sopportiamo l’effetto sulle nostre imprese erose da una Cina che non tollera ingerenze esterne nella sua politica, ma s’infiltra nella politica degli Stati esteri senza pudore adottando due pesi e due misure. Per tale ragione è   inconcepibile ignorare il messaggio della Cina che filtra attraverso lo specchio di Hong Kong, da sempre espressione dell’opulenza, del benessere e della libertà nel mondo asiatico.  

Oggi la Cina dalla capacità di sorprendere per lo sviluppo economico sta rapidamente passando alla capacità d’imporsi anche militarmente, il che porterebbe all’inasprimento delle tensioni internazionali con le grandi potenze e all’occupazione dei paesi più poveri e politicamente meno forti, con il rischio che si possa generare una nuova ondata di schiavismo coloniale di cui sarà difficile liberarsi.

(MarioVolpe)

#chinaprosit

Il vuoto in 60 secondi.

(Racconto)

Gustavo Mastrocinque: il dottor Gustavo Mastrocinque, amministratore delegato della BIM (Banca Investimenti Mediterranea), impiegò soltanto sessanta secondi per ripercorrere la sua vita, dalla folle idea di gettarsi nel vuoto fino al ricordo della macchia di gelato alla fragola che gli colava sulla camicia nuova. Nessuno lo aveva mai rimproverato per la disattenzione, in fondo, aveva a malapena tre anni e mai avrebbe pensato, cinquantasette anni dopo, di scegliere il suicidio alla vergona d’un arresto. 

Gustavo, senza remore, affidò il riscatto della sua dignità al vuoto nello stesso istante in cui qualcuno bussò alla porta con un mandato di cattura. Il tocco della mano che picchiava fu l’ultimo suono asciutto che udì, il resto fu il sibilo continuo e assordante del vento gelido che s’insinuava nei timpani durante la caduta, ghiacciandogli la testa dall’interno. Era inverno e i capelli liberi sventolavano come mille bandiere, gli occhi gli lacrimavano dal rossore, la bocca era tirata in un sorriso forzato per la pressione dell’aria sulle gote e, nella solitudine del volo, si rivide alla direzione della banca mentre amministrava i clienti più facoltosi.  Eppure nulla avrebbe potuto senza il master alla Administration Financial School of New York che gli aprì la strada delle grandi consulenze liberandolo dal frustante ruolo di cassiere. 

Ambizione, questo serve ambizione per andare avanti nella vita, gli ripeteva continuamente suo padre pianificando gli studi di un giovane Gustavo obbediente ad ogni suo volere. Il padre-padrone aveva programmato la vita del ragazzo dai primi anni del liceo, spronandolo (talvolta obbligandolo) a superare gli ostacoli che si frappongono tra l’uomo e il suo obbiettivo. Di questo si parlava a casa Mastrocinque, non di avvenire e di futuro, ma di obbiettivi che Gustavo centrò, talvolta affannando, con pochi scrupoli.

            Sono solo percorsi di lavoro lunghi e difficili, pensava spesso per giustificare la sua coscienza, eppure mai nessun ricordo era passato in testa così veloce come la discesa incontrollata che stava affrontando in quel preciso istante, mentre il cuore gli batteva forte come un tamburo. I palpiti gli ricordavano i primi rigurgiti d’amore quando, tra i banchi di scuola, incrociava con lo sguardo gli occhi di Roberta, neri come la notte. Eppure lei non se lo filava per niente, lo ignorava al punto che un giorno ci avrebbe fatto tre figli e gli avrebbe sistemato il nodo della cravatta tutte le mattine prima che lui andasse al lavoro. Ma il giorno del tuffo nel vuoto, Roberta non avrebbe mai immaginato che le sue dita artritiche e doloranti avrebbero stretto il nodo per l’ultima volta. Forse lei ringraziò il cielo per non dover più sottoporsi forzatamente al quel gesto che le ricordava la giovinezza passata, quando il nodo lo slacciava con la brama di chi apre una confezione di un dolce per infilare la lingua nella crema dei bignè. Ormai tutt’intorno era rinsecchito e malgrado Gustavo avesse la sua stessa età, godeva d’un aspetto più fresco e tirato. Non era raro che qualche amico, dopo inventariato le poche rughe, lo tacciasse di un patto con il diavolo. 

Solo sport e cibo sano, ecco il mio patto, ripeteva Gustavo sfoderando una fila di denti bianchi come le perle del Baltico.  L’invidia degli amici ribolliva, eppure, in quell’istante, nessuno avrebbe preso il suo posto sebbene la sua ricchezza facesse gola a molti. Ironizzavano tutti di preferire i panni di Jalo, il primo genito di Mastrocinque; quello era il vero uomo fortunato. Aveva ragazze a iosa, auto sportive, stava tutto il giorno in palestra, nessun pensiero gli s’inchiodava in testa se non quello di vincere il torneo annuale di Ping-pong seguendo i rimbalzi della pallina sul fondo del tavolo da gioco azzurro come il cielo, che s’allontanava rapidamente dal viso di suo padre. Nella caduta Gustavo s’era girato con la schiena rivolta alla terra, mentre le gambe e le braccia divaricate non offrivano sufficiente resistenza per rallentare la corsa impressa dal peso dell’aria che premeva sul petto e, in quel momento, i ricordi, dapprima ordinati, si mischiarono tra loro in balia del vento che frustava con violenza ai lati della giacca diluendo il grido, acuto e costante, che gli usciva dalla gola. Era un suono modulato da frammenti di dialoghi in procinto di finire tra l’indissolubile abbraccio della morte: 

…Roberta, sono certo ti poterti rendere la donna più felice della terra.

…siete due gocce d’acqua Gustavo, nessuno potrebbe dire che non è tuo figlio…

…questo è il soggiorno, ampio e luminoso…

…papà ti presento Asia…

…incantato, devo dire che ha sputo scegliere bene il ragazzo…

…dottor Mastrocinque, la delegazione l’aspetta in sala riunioni…

…un applauso al nostro nuovo amministratore delegato, certi che porterà la nostra grande famiglia verso nuovi lidi e splendidi successi…

…niente da fare Roberta, non sia mai detto che la moglie d’un amministratore delegato non viaggi in prima classe. E poi i soldi non sono un problema, vengono giù come pioggia…

…l’improvviso crack della BIM si è abbattuto come un fulmine sul mondo dell’alta finanza…

…il titolo BIM sospeso dal listino di borsa…

…perquisizioni delle Fiamme Gialle sono in corso negli uffici della sede di Largo Indipendenza…

Dottor Mastrocinque apra la porta, Guardia di Finanza, Gustavo non aprì e alla terza richiesta i militarsi sfondarono per entrare nell’ufficio.

 L’amministratore delegato non aveva neanche sentito le loro richieste, il suo corpo era già sull’asfalto trenta piani più sotto con il cranio fracassato e il cervello colato via come pallida gelatina al centro di una città che ancora vive.

(MarioVolpe)

#mariovolpescrittore #huiko #lannodeldragone #kasamaan #chinaprosiot

Meno contante, più sommerso.

Ormai era tempo che s’annunciava una stretta al contante, una vera e propria battaglia contro le libertà individuali nella scelta delle forme di pagamento più congeniali ai consumatori e alle imprese. Se è pur vero che la soglia dei duemila euro, oltre ai quali si richiede un pagamento tracciato, non influenzerà negativamente le spese ordinarie della famiglie è altrettanto vero che il principio nell’imporre una scelta individuale al posto di un’altra ha, indiscutibilmente, un sapore di regime. Considerando che gli studi statistici, che hanno osservato le recenti strette alla moneta fisica, hanno ampiamente documentato che le limitazioni forzate all’uso del contante non sono un deterrente contro l’economia sommersa, ma ne incentivano la pratica favorendo scambi a nero in cui è possibile, addirittura, fare a meno dell’intermediazione bancaria. Un’economia capace di generare reddito e ricchezza rimanendo completamente sommersa, palesemente sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo queste pratiche sono estremamente diffuse non solo in Italia, ma in tutti i paesi dove la pressione fiscale è sproporzionata rispetto ai rischi d’impresa e dove la crescita economica di pochi soggetti (come i politici senza storia) è immotivata rispetto alla loro efficacia di governo. I catenacci all’economia non fanno altro che disincentivare gli investimenti nel nostro Paese, generando perdite di posti di lavoro, schiavismo da povertà, mortificando la dignità che dovrebbe essere un indiscutibile diritto dell’uomo e della donna.

Se dal un lato è indispensabile adottare i mezzi di contrasto all’evasione e al sommerso per favorire la crescita economica, dall’altro è dovere delle istituzioni fornire tutti gli strumenti (in modo veloce e reale) alle imprese e alle famiglie, affinché il tessuto produttivo possa contribuire allo sviluppo economico e al benessere diffuso.

 Il concetto, tutto italiano (spesso generato dall’invidia di categorie meno capaci), che l’uomo d’impresa è un evasore a prescindere, non fa altro che avvelenare la fiducia dei piccoli e medi imprenditori nei confronti delle forze politiche sempre impegnate in perenni campagne elettorali e completamente scollate delle esigenze del tessuto imprenditoriale, da sempre unica possibile fonte di sviluppo economico. Reprimere le giovani energie produttive, pensando di salvare l’economia di uno Stato facendo ricorso alle sole misure d’assistenza e controllo, è una chiara dimostrazione di conclamata incompetenza di una classe dirigente trovatasi al potere per un semplice colpo di fortuna.

La limitazione all’uso del contante dovrebbe essere una scelta individuale, il consumatore e l’imprenditore dovrebbe effettuarla in piena libertà culturale (come avviene in moti paesi) e non forzato da motivazioni stataliste incapaci d’infondere fiducia e spronare gli attori economici a fare la loro parte. Inoltre, l’uso (entro certi limiti meno restrittivi) del contante, non solo garantisce una maggiore difficoltà nel trasferire capitali fuori dal nostro paese, ma incentiva i consumi interni in antitesi con i pagamenti elettronici che –per loro natura– hanno la capacità di aprire emorragie di capitali verso l’estero, senza la necessità di doversi spostare da casa.

 Il flusso di danaro, che passa da strumenti come carte di credito o piattaforme di pagamento on-line, dirotta le commissioni sui conti bancari dei gestori di tali strumenti –società private spesso ubicate nei paradisi fiscali– e contribuisce in modo legale ad impoverire la nostra economica, senza alcuna efficace soluzione al problema del sommerso.

 Del resto fino a che nessuno s’adopererà per sensibilizzare lo sviluppo di una cultura finanziaria diffusa sarà più facile per i governanti di turno imporre strumenti antidemocratici (tacciandoli per disposizioni contro l’illegalità) concepiti per favorire le caste di un sistema politico e finanziario impegnato nella repressione delle libertà individuali e culturali.

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TIMEDREAMS

L’ultima invenzione

Finalmente il futuro è arrivato nel tuo presente.

Lo slogan della TIMEDREAMS è stato redatto per pubblicizzare una nuova e strepitosa diavoleria tecnologica capace di rendere i viaggi nel tempo un’incredibile realtà. La macchina – come dichiara la casa produttrice – potrà  proiettare un viaggiatore nel futuro o fargli rivivere  il passato. Ma prima di lanciarla in grande stile, l’azienda vorrebbe testare la sicurezza del suo funzionamento e, per tale motivo, ha promosso – tramite Internet – una campagna per reclutare gente che si offrisse per collaudarla. Certo potrebbero esserci dei rischi, ma leggendo le clausole in piccolo, il peggio che potrebbe accadere, in caso di fallimento, non sarebbe altro che un gran mal di testa con nausea annessa e nessuna esperienza di viaggio: ovvero nessun ricordo della fantastica avventura.

 Io non amo pensare agli imprevisti, ma è pur sempre il collaudo di una macchina per i viaggi nel tempo  e il rischio di restare intrappolati nel passato, o finire sparati per sempre nel futuro non è da escludere; eppure malgrado tutte le mie perplessità mi sono fatto avanti. L’opportunità di un viaggio del genere, e per giunta senza spese, non posso lasciarmela sfuggire, così ho acceso il computer, afferrato il mouse e, puntando dritto sul loro sito, ho aperto la pagina:

Proponiti per collaudare la macchina del tempo

Non mi resta che nascondere le preoccupazioni sotto il tappeto, come fanno le inservienti pigre con la polvere, e cliccare su  “registrati”. Nell’attesa che la mia candidatura fosse memorizzata nella lista degli aspiranti viaggiatori è apparsa una seconda pagina  dalla quale avrei dovuto fare un’ulteriore scelta. Mi si chiede d’indicare l’epoca del viaggio di dieci minuti attraverso le pieghe del tempo.

 “Diamine! Questi allora fanno sul serio”, ho pensato davanti allo schermo del computer concentrato a meditare sulla giusta destinazione. Così, mi sono detto che se fossi stato un professore di  latino e greco avrei, senza dubbio, optato per un viaggio nell’antica Roma o nella  Grecia dei filosofi; l’opportunità di vivere di persona quei giorni così remoti sarebbe stata impagabile.  Mentre, se fossi stato un medievalista non avrei avuto dubbi a correre tra le braccia di Carlo Magno o avrei marcato il mio biglietto dritto verso gli anni dell’inquisizione, se non altro per guardare la faccia dei preti che mettevano la gente al rogo; ma non essendo uno storico un tale viaggio sarebbe stato uno spreco di tempo prezioso.

Pensandoci bene potrei scegliere di andare in un passato recente,  magari durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, ma anche questa ipostesi è da scartare, perché il solo ricordo di quelle atrocità mi fa stare male. A ben vedere, non rimane che il futuro, almeno potrei essere testimone dello straordinario progresso del balzo tecnologico e delle sue impensabili meraviglie, ma se l’arroganza dell’ingegno umano non si fermasse davanti a nulla fino a distruggere il pianeta?

Come potrei  ritornare indietro e vivere il resto dei miei giorni con una tale consapevolezza? E cosa mai avrei potuto raccontare ai miei figli? Però conoscere cosa ci riserva il futuro è sempre interessante, allorché mi sono domandato perché  non andare avanti quel poco che basta per dare una sbirciatina ai miei ragazzi cresciuti? Dieci minuti sarebbero sufficienti per inquadrare le possibili conseguenze delle loro scelte nel presente, sincerandomi del loro successo e della loro felicità.  Avrei potuto sapere in anticipo l’esito di un colloquio di lavoro o di una relazione sentimentale e metterli in guardia un volta ritornato nel mio tempo. Ma  forse pur facendo l’esatta previsione degli esiti delle loro scelte di vita dubito che mi darebbero ascolto, liquidandomi con la solita frase: “papà non puoi capire, sei antidiluviano.”

E se pure avessero voluto dare credito ai miei pareri forse non sarebbe stato giusto, quelli non sarebbero mai stati consigli  della saggezza di un genitore. Sarebbero imposizioni nate da una partita truccata che li deruberebbe dei propri sogni, privandoli del gusto emotivo dell’imprevisto, dell’inconoscibile che forgia la vita.

Non mi resta che una sola giusta scelta per formalizzare la mia piena candidatura al collaudo della macchina del tempo della TIMEDREAMS. Ho deciso ritornerò indietro di qualche anno per rivivere i giorni in cui mio padre era ancora vivo per fare,  in soli dieci minuti, una cosa che in quaranta anni non ho mai avuto il coraggio di fare, guardarlo negli occhi per  dirgli: “Ti voglio bene papà.”

      Click, invio e la giusta scelta è fatta, ora non mi resta che attendere che il sogno s’avveri.

#mariovolpescrittore