Suez: il canal Grande dei faraoni.

Il gigante si è mosso e non sarà la prima né l’ultima nave spiaggiata. La storia ce ne ha consegnate tante: dai galeoni della marina britannica –a caccia dei pirati nei Caraibi–, alle petroliere, alle lussuose navi da crociera, ma lo spiaggiamento della Ever Given (il mega-cargo da 20.000 container della taiwanese Evergreen) nel canale di Suez, oltre ad essere uno sgradito incidente, è un forte spunto di riflessione sul fenomeno del gigantismo navale e delle rotte commerciali.

Depurata la vicenda dalle notizie di cronaca, battute dai telegiornali e dai quotidiani di tutto il mondo in merito ai danni economici, è importante ragionare sull’impatto ambientale e sullo squilibrio della disomogeneità produttiva mondiale. Ormai quasi tutta la filiera industriale è dislocata in Cina e Il canale di Suez è una rotta costantemente battuta per far giungere le merci in Europa.

La via d’acqua rappresenta un’autostrada del mare scavata nell’istmo che lega il continente africano a quello asiatico e politicamente parte del territorio egiziano. Realizzata per evitare la circumnavigazione dell’Africa alle navi provenienti dall’oriente e dirette nel bacino del mediterraneo, gioca un ruolo importante negli scambi globali. L’opera, grande fonte di reddito per l’Egitto, è stata –da sempre– strategica in campo mercantile e militare al punto da alimentare dissapori politici e conflitti armati, finché nel 1956 il presidente egiziano Nasser ne nazionalizzò la gestione.

 La prima versione moderna canale, in rapporto alle attuali dimensioni delle navi che lo attraversano, era poco meno di un ‘rigagnolo’. Un solco di 164 chilometri, profondo 8 metri e largo cinquantatré, attraversato dai natanti a senso unico alternato, fino ai Grandi Laghi Amari (bacini sufficientemente ampi in cui poteva avvenire lo scambio del senso di marcia).  Nel 2015 sono stati ultimati i lavori di ampliamento, indispensabili per restare al passo con la tendenza del gigantismo navale. Oggi, mostri da ventimila container, lunghi oltre quattrocento metri e larghi sessanta, attraversano il canale di Suez la cui profondità e stata adeguata fino a ventiquattro metri, la larghezza ad oltre duecento e perfino la lunghezza è aumentata di trenta chilometri per consentire, in alcuni tratti, di navigare in entrambi i sensi di marcia. L’attraversamento del corso d’acqua di Suez richiede dalle dieci alle quattrodici ore di navigazione, in base al traffico marittimo, e la vicenda della nave spiaggiata ha subito dato l’idea a quanto possa ammontare tale traffico. Dal giorno dell’incidente le navi in attesa e quelle bloccate nella via d’acqua erano oltre trecento, causando danni e ritardi al punto che alcuni armatori hanno rivalutato un possibile ritorno alla rotta del Capo di Buona Speranza.

L’idea non andrebbe scarta a priori, perché il maggior tempo di navigazione (dai sette ai dieci giorni) richiesti dalla vecchia rotta, sarebbero compensati dalla crescente stazza delle navi che nel prossimo futuro scaricheranno nei nostri porti oltre 30.000 container a viaggio. Navi di tali dimensioni sarebbero un problema per l’attraversamento dell’odierno canale. L’aumento delle capacità di carico imporrà continui lavori di adeguamento alla via di Suez con un possibile aumento dei pedaggi e conseguenti danni all’ecosistema marino.

L’ipotesi di evitare (almeno in parte) il canale egiziano ha stuzzicato la fantasia degli altri paesi del Mare Nostrum, ipotizzando un maggior ruolo per i porti Spagnoli, Francesi e del Marocco. Se i colossi del mare dovessero entrare nel mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra la Cina potrebbe rinforzare i suoi investimenti per sostenere le nuove rotte; per non parlare della Russa, che non si è lasciata fuggire l’occasione di caldeggiare la via del Baltico per raggiungere gli scali del Nord Europa.   

L’evento della Even Given ha stimolato riflessioni alternative sugli scenari commerciali e politici internazionali, ipotizzando una riduzione del ruolo centrale dell’Egitto che spesso utilizza il suo canale come indiretta via di ricatto per non rispondere alla comunità internazionale delle continue repressioni dei diritti umani, credendo di poter ritornare a vivere la sua gloriosa epoca dei Faraoni.

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I containers che colpiscono al cuore.

Il prezzo impazzito dei trasporti Cinesi contribuisce
all’impoverimento delle famiglie.

I fatti del mondo si susseguono con una tale frenesia, per raggiungere il futuro, da far apparire anche il passato recente come storia sepolta.

Eppure, tra le oscillazioni del pendolo degli eventi, esiste l’immutabile fulcro del presente; spesso troppo stretto per focalizzare tutte le attenzioni, fino a quando qualcuno non si prende la briga si spolverarlo dalla disattenzione della gente.

 Oggi questo fulcro si esprime con la drammatica conta dei morti per Covid; con le speranze sul vaccino e le delusioni per il ritardo nelle consegne; con le crisi politiche; con la difficoltà di far quadrare conti pasticciati; con la decrescita economica e con il sorriso sardonico della Cina incollata sul podio dei potenti. E’ una triste sinfonia di grandi eventi che stanno cambiando il mondo a cui contribuiscono, non solo le grandi armonie, ma anche i suoni sparsi delle singole note che hanno la capacità di trasformare l’intera composizione.

Suoni effusi che appaiono di nessuna importanza, fino a quando la loro presenza non stona all’orecchio dell’ascoltatore attento. Tra le note stridule dell’angosciante musica che ci rimbomba nella testa si celano dettagli capaci di deflagrare come ordigni da guerra.  E tra la drammatica conta dei morti per Covid, il ricordo delle introvabili mascherine della prima ondata, la chiusura dei siti produttivi, le crisi politiche e i ritardi nella distribuzione dei vaccini; da qualche settimana si è affacciato –con discrezione– il balzo sproporzionato dei trasporti marittimi dalla Cina.

La fabbrica del mondo produce, a tutta birra, gli oggetti del nostro bisogno i cui costi rischiano di decuplicare a causa di un aumento costante del prezzo dei collegamenti sulle navi portacontainer. Basti pensare che, da soli tre mesi, il valore di un trasporto navale da Shanghai, per un container, è balzato da una media di tremila dollari americani a oltre dodicimila. Considerando che su tale valore gravano IVA, dazi e balzelli vari, non è difficile immaginare che, una volta terminate le scorte di beni nei nostri magazzini, la tendenza –in un’economia globalizzata– sarà quella di un aumento dei prezzi al consumo. Purtroppo, in un tessuto sociale di famiglie che perdono progressivamente il potere d’acquisto per la riduzione del lavoro, tale incremento potrebbe far scattare altri primati di povertà, nell’indifferenza dei ricchi e della politica.

Eppure qualcuno ha tentato di chiedere spiegazioni ai colossi del mare o alle organizzazioni internazionali, denunciando la follia di ciò che sta accadendo all’economia del trasporto via mare. L’associazione dei doganalisti e degli spedizionieri, penalizzati dalla riduzione delle prenotazioni dei carichi, vorrebbero vederci chiaro, inducendo le autorità di controllo a verificare tra le pretese dei grandi armatori, eppure il costo dei viaggi continua ad aumentare senza controllo.

Qualche ragionevole spiegazione è stata affidata al libero mercato, alla necessità di ridurre le operatività delle navi per il rischio d’infezioni tra i marittimi, all’apertura di nuove linee commerciali in America Latina con la traslazione di molte portacontainer verso altri porti; riducendo, così, l’offerta asiatica che vede lievitare i listini dei suoi trasporti.

Malgrado tutto ciò faccia parte di una strategia commerciale privata, il cartello che le compagnie attuano per massimizzare i profitti dovrebbe passare sotto la lente di un intervento pubblico, al fine di calmierare questa febbre al rialzo che, se lasciata fermentare tra le ingorde fauci del profitto ad ogni costo, contribuirà a mietere in silenzio vittime per fame.

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LA FORZA DI CONFUCIO TRA LE STRADE DI NAPOLI

La diffusione dell’idioma Cinese come
base d’integrazione e interscambio culturale

Confucio non avrebbe mai potuto immaginare che il pianale del suo carretto, sul quale girava la Cina per diffondere il suo insegnamento, sarebbe diventato troppo piccolo per contenervi il mondo intero. Da quasi duemilacinquecento anni dalla sua morte il nome del grande pensatore resta il vessillo culturale di un paese in continua espansione, al punto che non vi sarebbe tabella più appropriata per identificare una delle associazioni culturali più ramificata del globo. L’Istituto Confucio (organizzazione per la diffusione della lingua e la cultura cinese), partito dalla Shanghai International Studies University, ha aperto le sue sedi nelle maggiori università del pianeta fino ad approdare a Napoli nel 2007 presso l’Università Orientale, il più antico ateneo Europeo dedito agli studi della cultura e della lingua Cinese. Ed è proprio partendo dalla sede dell’Istituto Confucio, in via Nuova Marina al numero 56, che incontrando la dottoressa Paola Paderni, direttrice del compartimento Italia del Confucio, docente di politica e istituzioni della Cina contemporanea e il professor Xu Haiming co-direttore e responsabile delle relazioni con la Cina, è stato possibile far luce su alcuni aspetti importanti dello studio del cinese a Napoli.

 Il professor Xu, docente della Shanghai International Studies University, in un perfetto inglese, ha esposto gli obiettivi primari del programma culturale del Confucio tra cui lo studio e la diffusione della lingua attraverso corsi specialistici a cui è possibile iscriversi indipendentemente dal desiderio o dalla necessità di conseguire una Laurea specifica. Padroneggiare il cinese oggi è un’ottima opportunità d’inserimento nel mondo del lavoro grazie ad un idioma che diviene sempre più popolare in conseguenza dell’espansione economica della Cina e degli investimenti che il paese asiatico proietta oltre i propri confini. Lo studio del cinese, come ci ricorda la professoressa Paderni, oltre ad essere una conoscenza sempre più richiesta, è una base importante per trovare un punto d’aggancio tra culture e tradizioni che sembrano totalmente distanti tra loro, ed è lo stesso professor Xu Huaming, a chiarire alcuni limiti in merito alla diffusione di una lingua che, malgrado stia divenendo la più parlata al mondo, non potrà per il momento sostituire l’inglese, soprattutto per la poca diffusione in ambito tecnico.  Al di là delle mere questioni di nicchia, l’Istituto Confucio auspica la diffusione dell’idioma Cinese come base d’integrazione e interscambio culturale, perché solo conoscendo una lingua con le sue sfumature è possibile calarsi nell’intimità di ogni cultura, base fondamentale per la crescita e il rispetto reciproco.

Napoli, per il suo fervore culturale e il suo spirito d’accoglienza è tra le città più adatte a questo genere d’interscambio, che potrebbe essere migliorato introducendo lo studio del Mandarino fin dalle scuole elementari, quando la mente dei bambini è ancora plastica per poter assorbire i costrutti lessicali di una lingua considerata complessa. Ricalcando l’importanza dell’insegnamento delle lingue straniere, il professor Xu sfata il mito della difficoltà del Cinese, una forma espressiva tonale e figurativa che, in realtà, a partire dai primi studi consente la possibilità comunicare in tutta naturalezza.

Lingua e interscambio culturale, questo è l’assioma ripercorso anche dalla professoressa Paola Paderni nell’esporre tutte le iniziative organizzate dall’Istituto Confucio tramite cui è possibile aprire un canale preferenziale d’interscambio formativo tra Napoli e la Cina, non solo presentando le antiche tradizioni del folklore Cinese, ma soprattutto educando la nutrita comunità Orientale alla comprensione delle usanze del nostro paese per apprezzarne tutte le possibili sfaccettature.  Tutti ciò è reso possibile grazie ad interventi che l’Istituto Confucio continua a mettere in campo, come gli incontri con i direttivi di Città della Scienza per la diffusione della cultura scientifica occidentale, le mostre d’opere d’arte Cinese oltre alle presentazioni dei libri dei grandi intellettuali orientali disposti a viaggiare, da un capo all’altro del mondo, per dotare l’umanità di un sapere comune.

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“UN TRENO PER SHANGHAI”, curiosando…

Andare in Cina in treno per un viaggio d’affari non è certo il modo migliore, a meno che il viaggio non sia il pretesto per raccontare un’avventura dai risvolti economici torbidi come, del resto, l’opinione pubblica immagina siano le oscure trame finanziarie.  Ma è proprio il percorso via terra, dall’Europa alla Cina, di una incompatibile coppia di amici e colleghi di lavoro, a suscitare la curiosità della maggior parte dei lettori.

Infatti, durante le sessioni di presentazione del libro “Un treno per Shanghai”, le prime domande dei presenti vertono sul perché del treno e se, visto le mie competenze professionali, avessi mai fatto per davvero un viaggio del genere, dal quale avrei potuto trarre spunto per la storia.

Curiosità, del tutto legittime, che arricchiscono l’interesse del lettore, il quale vorrebbe aspettarsi una risposta coerente con quella del lungo viaggio affrontato dai protagonisti del libro. Un interesse che, talvolta, sfocia in disappunto nel sapere che non ho mai raggiunto la Cina in treno. Eppure, dopo aver chiarito la mia trentennale esperienza di lavoro in quelle lontane terre (nel corso della quale ho scorrazzato con i più disparati mezzi di trasporto) e che il romanzo è frutto di un’esperienza di viaggio drammatica e mortificante, i dubbi dei lettori si tramutano in approvazione.

 Il viaggio in questione si riferisce alla prima volta che fui costretto a imbarcarmi verso l’Estremo Oriente senza la compagnia di mio padre, un vero pioniere del commercio con la Cina,  venuto a mancare qualche mese prima della partenza.

Affrontare le responsabilità di una missione d’affari senza l’adeguato supporto del mio mentore, in aggiunta alla mia irrefrenabile paura di volare, fu la mistura che fece esplodere in me un atteggiamento irrazionale e incontrollabile: Poco prima del decollo chiesi di scendere dall’aereo.

Sebbene l’evento abbia dell’incredibile, perché il portellone era chiuso, i motori accesi e i passeggeri con le cinture allacciate, l’episodio è realmente accaduto. Come reale e vana fu la fatica degli assistenti di volo nel tranquillizzarmi per farmi desistere dal mio intento, ma nulla da fare. Decisi di scendere dall’aereo e un assistente di terra, dopo aver recuperato il mio bagaglio, mi accompagnò all’uscita dell’terminal tra corridoi e sale insolitamente vuote.

In quel momento, vedendo l’aereo prendere quota, realizzai la piena viltà del mio gesto che, tra l’altro, fece perdere un anno di programmazione commerciale alla mia azienda e, pentito, immaginai che avrei potuto raggiungere la Cina in treno. Purtroppo i tempi erano incompatibili con la lunghezza del tragitto. L’idea, però, mi è rimasta inchiodata in testa finché, dopo anni, arricchita di altre esperienze, studi e letture non è diventata un romanzo, la cui plausibile storia è affidata alla caparbia ingenuità dei suoi divertenti protagonisti: Salvatore e Gaetano.    

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Sull’autobus numero 18


Sfidare la morte è sconfitta certa

meglio allearsi, ma nel giusto momento.

Ogni giorno il signor Umberto si alzava alle cinque per andare al lavoro. Dopo aver fissato per qualche istante il soffitto, si liberava dalle coperte per sedersi sul bordo del letto. Infilava le pantofole, faceva forza sulle gambe e in un batter d’occhio era in piedi. La prima tappa era dritta al bagno dove arrivava, quasi sempre, in compagnia degli ultimi sbadigli. Tirava giù i pantaloni del pigiama a righe azzurre e, dopo qualche istante, il rumore d’uno zampillo di pipì nello specchio d’acqua della tazza segnava l’inizio della giornata. Subito dopo si radeva con schiuma e lametta, e per finire faceva una doccia calda. Il rito del bagno non sforava i venti minuti, ma altri venti l’impiegava per scegliere il vestito da indossare. Nel tempo che gli restava prendeva il caffè al bar sotto casa prima di salire sull’autobus.

Anche quel giorno nulla cambiò. Il rituale del risveglio si svolse con la solita rigorosa puntualità, perché Umberto non aveva ancora metabolizzato la festa di pensionamento offerta dai colleghi d’ufficio. E il lunedì successivo, per lui, sarebbe stato il primo giorno da pensionato. 

Il momento di farsi da parte arrivò in un baleno benché, nei primi anni di lavoro, la pensione gli sembrasse irraggiungibile, ma ora che il tempo era passato troppo in fretta la sua coscienza fece del tutto per non accettarlo. Così, pur non dovendo andare al lavoro, seguì la stessa abitudine per salire sul bus numero 18 che lo avrebbe portato, come tutte le mattine, al lavoro. 

Per entrare nell’autobus, Umberto si aiutò aggrappandosi al corrimano delle porte e, salitovi, notò che non c’erano altri passeggeri.  Il lunedì mattina il 18 doveva essere sovraccarico di pendolari e studenti da lasciare solo posti in piedi, eppure i duri sedili grigi erano tutti disponibili.  Dopo aver dato una fugace occhiata, Umberto s’accomodò alle spalle dell’autista tenendo la borsa sulle ginocchia. Da quel posto poteva leggere chiaramente il cartello affisso in alto sulla paratia di guida. 

“NON PARLARE AL CONDUCENTE”

Certamente, un uomo come lui osservante delle regole, non lo avrebbe mai fatto, seppure incuriosito di sapere perché viaggiasse da solo, ma ben presto la sua attenzione fu catturata da un’altra stranezza.  Il bus sbuffò, sobbalzò e ripartì addentrandosi, dopo poco, in un banco di nebbia che offuscò i finestroni, stimolando qualche divagazione mentale dell’unico passeggero.

 “Che nebbia strana questa mattina!” avrebbe di certo detto al suo compagno di viaggio, qualora ci fosse stato. Ma nell’autobus era insolitamente solo e non gli restò altro che parlare tra sé, osservando le sagome lattiginose e indistinte di qualche passante. Sembravano anime smarrite nel Purgatorio. 

Umberto, pur inquieto, cercò di farsi forza in quell’angosciante solitudine, divagando con lo sguardo perso sui batuffoli di nebbia che entravano ad ogni fermata quando le porte si aprivano e richiudevano senza che nessuno salisse. Quei fili di vapore si dissolvevano quasi subito andando a morire, come gocce d’umidità, sui vetri sigillati delle finestre. Intanto la corriera imboccò Corso Libertà fino al semaforo in attesa di svoltare a destra per via Fratelli Volo e poi dritta verso la fermata di piazza Principe: quella di fronte alla Caffetteria Mirage.

***

Umberto si voltò in direzione del caffè e, attraverso i finestrini opalescenti, sperò di intravedere la cassiera. Una donna dal viso bruno e i capelli scuri, gonfiati da un intreccio di riccioli indisciplinati, che era stata per lui sempre come un mezzo busto televisivo. Pur non conoscendola di persona, la vista di quella meraviglia era tra le poche cose che gli strappavano un sorriso. L’aveva ammirata giorno dopo giorno, anno dopo anno per il tempo di una fermata, fino a che i capelli di lei non erano passati dal nero al bianco. Erano diventati color cenere, ma senza stingere una bellezza che, per nulla intimidita dalle rughe, desiderava di vivere ancora. Il vecchio Umberto si preparò al sorriso anche quella mattina, ma fu la prima volta che non riuscì a vederla. L’angolo della cassiera era vuoto.  La sosta fu troppo breve per consentirgli di continuare a frugare meglio con lo sguardo nella speranza di rivederla, ma ­­–quasi senza accorgersene– si trovò a guardare l’edicola di via Della Resistenza. Il bar Mirage era già passato e, alla fine del vialone, avrebbe dovuto scendere. Si alzò davanti alla porta, con la valigetta tra le braccia, per essere pronto alla fermata, ma il conducente tirò dritto. 

 Perplesso, il passeggero schiacciò ripetutamente il campanello dell’alt fino a che non si decise ad infrangere la regola del silenzio, chiedendo spiegazioni. L’autista lo ignorò, pareva completamente sordo alle richieste del passeggero e Umberto, infastidito, cercò di attrarre l’attenzione battendo il palmo della mano sul vetro della paratia di guida. I colpi non produssero alcun suono. “Che diavoleria è mai questa!” si domandò, mentre la corriera passava sotto i piloni della torre Eiffel, inducendolo a credere che stesse sognando. Eppure, in quel sogno inconsapevole guardava incredulo le immagini che scorrevano al di là del finestrone. Vide, in lontananza, il Golden Gate, mentre dall’altro lato svettava la Torre di Pisa sovrapposta, come la proiezione di una diapositiva, al centro del Colosseo, formando un ibrido architettonico che si stagliava sull’orizzonte. 

Poco più in là vide le aride sabbie del Sahara e alcune palme scosse dal vento che facevano da cornice a imponenti piramidi di pietra e al volto di una Sfinge corroso dai millenni. Cercò di sforzarsi di credere che fosse il delirio di un sognatore lasciando che la meraviglia non lo soggiogasse, quando udì i rintocchi del Big Ben che si confondevano con il frastuono di una calca di ragazzi al bancone di un fast-food in attesa di essere serviti.

Il signor Umberto rimuginava, incredulo, sulla sensazione onirica di quelle immagini, finché tutto scomparve per far posto al suo stesso viso riflesso nel vetro scuro del finestrone. L’immagine specchiata gli rimandava l’espressione di un uomo rammaricato per le mancate occasioni della vita.  Ormai era troppo tardi per recuperare e lo sgomento inaridì qualsiasi barlume di speranza. Le forze, di colpo, vennero a mancare e la mano, con cui cingeva la borsa, si rilassò liberandola dalla presa. La valigetta, nel cadere, si aprì riversando le brochure della Mondo-Travel, sul pavimento del bus. Umberto abbassò lo sguardo sulle offerte delle vacanze sparse per terra, ma ebbe la sensazione che i fogli continuassero la caduta oltre la consistenza fisica del pavimento, finendo sempre più giù verso un baratro che rendeva impossibile raccoglierle, al punto che le dita non facevano altro che grattare il metallo del pavimento. I suoi occhi, sgomenti e impotenti, guardavano la caduta di quei fogli inafferrabili.

 Intanto che gli opuscoli di viaggio gli parevano andare sempre più in fondo l’autobus frenò improvvisamente, le porte si aprirono e un cielo stellato si presentò alle sue vivide pupille: Era la scenografia di un ultimo grande spettacolo con strade deserte e l’aria profumata di viole.  La nebbia si era dissolta e lui non provò alcuna sensazione. Non aveva né freddo né caldo, non sentiva più rammarico, odio o pentimento. Non aveva più voglia d’amare né la forza per odiare; una profonda e disumana tranquillità s’impadronì del suo essere. L’ansia e ogni preoccupazione si dissolsero, come non fossero mai esistite, cullandolo verso la beatitudine finché l’autobus non approcciò l’imbocco di un tunnel che Umberto non aveva mai visto prima e, da quel momento, perse del tutto il senso di orientamento. Era in uno spazio e in un tempo mai vissuti prima, quando il bus fu inghiottito dal buio della galleria, che penetrò nell’abitacolo oscurandolo completamente.  Non ebbe paura dell’oscurità, provò solo la strana sensazione di spostarsi nel vuoto come un palloncino che si libra leggero verso il cielo, fino a che   una luce azzurrognola apparve, come un bagliore, in lontananza, e un sorriso gli dipinse il volto rugoso e pallido come cera.

 ***

Il signor Umberto, a quel punto, pensò di essere ancora addormentato e, in quello che credeva essere un sogno, si pizzicò con forza le guance, ma il suo corpo era diventato insensibile ad ogni tormento.

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La Pandemia da COVID, lievito economico per la Cina.

In un mondo che trama, la Cina sfodera nuove armi

 per scalare le vette dell’economia globale.

Il virus è l’unica cosa cinese che funziona”. Questa è una recente battuta che circola sui social-media e nei programmi televisivi capace di strappare un amaro sorriso, ma palesa una conclamata falsità; non tanto sulle origini del nuovo Coronavirus, piuttosto che sulle cose cinesi che funzionano.

Infatti, se c’è un’altra cosa che funziona perfettamente nel paese del Dragone quella è la crescita economica, rappresentata da un Prodotto Interno Lordo che –dopo dimidi segnali d’arretramento al cospetto della pandemia da Covid19– è ritornato a correre come un treno, mettendo a segno un +4,9% nell’ultimo trimestre. La Cina, non solo è riuscita a spazzare via il virus in pochi mesi (le malelingue direbbero: “soffiandolo altrove”), ma è l’unico paese al mondo che continua ad arricchirsi in un contesto di emergenza globale, che mette a segno punti negativi di PIL senza risparmiare nessun altra nazione del pianeta. Eppure, non si può fare a meno di arrovellarsi per tentare di capire le complesse alchimie economiche che stanno reggendo la Cina in questo periodo, senza rivolgere lo sguardo al mercato interno cinese e al suo miliardo e mezzo di consumatori capaci di sostenere al contraccolpo del virus. Non bisogna, nemmeno, sottovalutare il potenziale di ottocentomila poveri pronti, sulla linea di partenza, a scattare verso il benessere non appena ne avranno l’occasione. Una massa umana in grado di sostenere la produzione industriale, gli scambi commerciali e le attività finanziarie, ammortizzando il contraccolpo ricevuto della riduzione dell’export che, da sempre, è stato la primaria fonte di ricchezza del popolo sinico.

La pandemia, tutto sommato, non ha inferto un duro colpo alla Cina che, da sempre, sembrava puntare il tutto per tutto sulle esportazioni, dei suoi prodotti, verso l’America, l’Europa e, di recente, l’Africa e il Medio Oriente a discapito della domanda interna, ma è stata questa domanda interna a colmare le perdite causate dalla frenata economica globale grazie a un’attenta pianificazione economica costruita con minuzia dalle autorità del Paese. Il presidente Xi-Jinpig, infatti, non ha mai fatto mistero di voler trasformare, entro il 2025, la Cina nella più grande potenza mondiale puntando sulla Nuova Via della Seta che avrebbe addirittura spinto la moneta locale, lo Yuan, a sostituire il dollaro Americano nelle transazioni internazionali, estendendo a macchia d’olio il benessere in tutta la Cina.

Un piano di sviluppo che i cinesi avevano congegnato da tempo, consapevoli che la loro trasformazione in fabbrica del pianeta sarebbe sfociata nel naturale squilibrio della bilancia economica a discapito dei partner commerciali costretti a ridurre, progressivamente, il flusso di ordinativi verso la Cina. Tale riduzione avrebbe dovuto penalizzare anche l’economia del Dragone, causando la conseguente decrescita del flusso di danaro con cui venivano pagati gli ordinativi dei beni di largo consumo. Eppure gli incassi della Cina non sono cambiarti di molto; perché il danaro, che viaggia verso le sue casse, è garantito anche degli interessi pagati da molti Stati, i cui titoli del debito pubblico sono ben saldi nelle della Pechino.

Oggi i cinesi non sono più costretti a mercanteggiare il proprio benessere facendo leva soltanto sul commercio, ma hanno esteso la loro influenza nel mondo della finanza complessa, dei pagamenti elettronici, delle carte di credito e delle banche, figurando –nell’immaginario– la Cina come un ragno vorace, al centro della ragnatela, a cui basta scuotere un filo per ottenere un lauto pasto e l’unico modo per non essere divorati è quello di imparare a riconoscere la trappola.

Mario Volpe

La Marcia dei Masanielli

Se esiste un termine potente, almeno per i campani, che sia in grado di evocare la dirompente forza di una protesta è: Masaniello. Storica figura di un commerciante napoletano che, dai catini del pesce, finì alla guida di una protesta popolare, raggiungendo un ruolo impensabile, all’epoca, per un uomo della sua estrazione sociale, fino a soccombere al potere politico del suo tempo.

Da quella storia, esempio pratico di ribellione fiscale, le cose non sono granché cambiate. Infatti, alla flebile luce degli eventi del 1647, nelle attuali proteste degli esercenti, mi pare di scorgere un ricorso storico che difficilmente potrà sfociare in un compromesso economico equo e soddisfacente.

Intanto, da un lato abbiamo un nemico invisibile (il virus) che, a torto o ragione, uccide senza scrupoli o, nel migliore dei casi, costringe i positivi asintomatici in un confino domiciliare al limite della depressione, mettendo fuori gioco ­(in via definitiva o temporanea) gli attori fondamentali dell’ingranaggio economico: le persone.

Dall’altra, vi sono le necessità di sopravvivenza delle categorie, penalizzate dai Decreti dal Governo per arginare la pandemia, che chiedono di allentare le maglie delle restrizioni per oleare quel poco che resta degli ingranaggi del lavoro.

Senza ombra di dubbio una proposta legittima rivolta a chi, eletto alla guida del Paese, dovrebbe assumersi le responsabilità personali e morali nei confronti dei propri elettori (e non), ma ad onore del vero non si può negare che ci troviamo a fronteggiare un evento epocale e l’obiettivo primario deve essere la tutela della salute pubblica. Per questa ragione credo che i fini delle proteste, pur legittimi, siano disallineate con la realtà.

Marciare sotto al palazzo della Regione, per chiedere orari di apertura diversi; sollecitare il Governo centrale (in attesa dell’elemosina dall’Europa), per quantificare in valore monetario l’ambiguo termine “ristoro” e scandire cori in nome della libertà, non fa altro che gonfiare la cronaca dei nostri giorni, senza che alcun beneficio possa mitigare i dolori di chi è maggiormente colpito dalla pandemia; tenendo presente che non tutte le categorie sono state ugualmente falcidiate dal COVID.

Questo virus, come è naturale, non ha per niente il senso dell’uguaglianza e (tralasciando che ha mietuto le sue vittime tra la gente comune, graziando i ricchi e potenti contagiati) ha rimodulato il tessuto economico e produttivo per favorire –in modo spropositato– alcuni settori a discapito di altri. Se aggiungiamo l’indecisione degli uomini che abbiamo eletto al comando dell’Italia ci ritroviamo seduti su una bomba sociale pronta ad esplodere, ameno che non intervengano prontamente artificieri esperti e consapevoli per disinnescarla.

In tale consapevolezza bisogna farsi una ragione che non tutte le categorie del commercio sono mai state sullo stesso piano e, con l’esplosione della pandemia, ciò è divenuto ancora più evidente. Colossi del commercio elettronico come Amazon o talune catene di supermercati al dettaglio hanno visto aumentare il loro volume di incassi in maniera abnorme con la conseguente crescita dei profitti. Basterebbe questa analisi per indirizzare le proteste verso fini concreti, magari chiedendo al Governo l’applicazione legale di contributi di solidarietà da parte dei grandi gruppi verso le categorie  più colpite;  pretendere la cancellazione degli emolumenti extra versati a politici e dirigenti pubblici per coprire la riduzione del gettito fiscale, derivante dalla necessaria cancellazione di ogni possibile forma di tassazione non legata direttamente al reddito; pretendere che gli aiuti non vengano dati a pioggia, ma vincolati alle vere necessità dei soggetti beneficiari; attingere dal bacino dell’IVA dirottando i versamenti all’Erario in investimenti per la sicurezza, la profilassi, la sanità e il miglioramento del trasporto pubblico (altra fonte di contagio) e, infine, confiscare beni e danari alle mafie, versandoli come  aiuti alle imprese.

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La forza del Dragone.

Oggi quando si parla di Cina si tende a dimenticare il suo glorioso passato e il suo vantaggio di oltre 4000 anni di storia sull’Occidente, tralasciando i meriti di un popolo che scriveva quando il resto del mondo grugniva; un popolo che allestiva spettacoli di fuochi d’artificio, che usava il petrolio per illuminare le case, che conosceva le costellazioni e adoperava la moneta quando in Europa era ancora in voga il baratto. 

Se solo volessimo pensare alle conoscenze e le invenzioni che il popolo dell’antica Cina ci ha trasmesso, e di cui oggi godiamo, basterebbe solo questo per trattare con maggior riguardo i cinesi del nostro tempo; senza considerare le imprese del navigatore Zheng He, che ha lambito le coste delle Americhe ben prima di Colombo, spingendosi, alla guida di oltre trecento navi, fino in Nuova Zelanda e Australia per aprire nuove rotte commerciali. 

Questo e molto altro è il vanto dell’antico passato cinese, in contrapposizione ai  soprusi subiti per le invasioni straniere e per le sofferenze che la storia recente ha consegnato nelle avide brame dei Signori della Guerra. Parliamo delle stesso popolo che ha contato oltre quarantasei milioni di vittime nei campi di rieducazione voluti dalla follia del regime Comunista di Mao, che per riaccendere la scintilla della vecchia gloria ha innescato una spirale di carestia e povertà estrema, costringendo la sua stessa gente a una fame terribile: fino limite di cannibalizzare cadaveri per sopravvivere.

Un popolo che moriva ingerendo terra per assorbirne i minerali o che sopprimeva i figli in culla per evitare di vederli soffrire di stenti. Un passato, che per le moderne coscienze distratte, resta depositato nei libri di storia perché oggi l’immagine della Cina passa attraverso l’arroganza economica, le colossali opere pubbliche, le pompose parate militari, la guerra dei dazi, le polemiche sul 5G, le milioni di transazioni commerciali del colosso Alibaba e attraverso il potere incondizionato del presidente Xi-Jinping, dimenticando –ancora una volta– che sono stati gli imprenditori occidentali a beneficiare della manodopera a basso costo dei lavoratori cinesi e degli spazi di produzione resi disponibili senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e dell’ambiente. Semplificazioni che hanno fatto comodo a produttori e dirigenti dei nostri Paesi, convinti di approdare in una terra di conquista per ritrovarsi –quasi senza accorgersene– a competere con un paese pronto a battere cassa risvegliando l’imbattibile forza del Dragone. 

#chinaprosit

Diogene Edizioni

La mia Cina e l’America di Luca.

Napoli e Caserta sono state il campo neutro –per usare un termine calcistico– per una partita d’andata e una di ritorno, che hanno contrapposto le ragioni degli Stati Uniti d’America, con il libro Yes We Trump del giornalista ed esperto di politica americana Luca Marfé e la Cina, con il mio libro China PrositQuanto potrebbe costarci caro questo brindisi con la Cina?” Non riferendomi di certo alla Cina storica, quella delle antiche tradizioni e della saggezza di Confucio; bensì alla Cina di Xi-Jinping: la seconda nazione più potente del pianeta.

Un paese che negli ultimi quarant’anni si è trasformato radicalmente, come se al suo interno ci fosse stata un’esplosione di magia. Eppure questa magia, per chi osserva dal basso, ha un nome ben definito: lavoro e sacrificio. Il lavoro di un popolo che ha fatto della copia un’arte redditizia; che ha scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo e che si è spinto, seicento anni fa, fino alle coste dell’Antartide grazie all’intraprendenza dell’ammiraglio Zheng He. Un inviato dell’imperatore che, alla guida di una flotta di oltre trecento navi lunghe 130 metri e larghe cinquanta –una meraviglia tecnologica per quei tempi-, ha battuto nuove rotte commerciali.

Eppure oggi la Cina, il paese del Dragone, non è più una sterminata risaia, ma grazie a grandi sforzi economici, politici e diplomatici è passata da bacino di manodopera a basso costo, da sfruttare, ad immenso parco industriale capace di fare il bello e cattivo tempo, influenzando l’economia mondiale.

Certamente un tale potere non è piovuto dall’alto, ma si è sviluppato grazie al susseguirsi di progetti attentamente ponderati, paragonabili ad una sfrenata corsa all’oro del Cathay. Soltanto che la Cina, di prezioso, aveva i bassi costi di produzione che hanno attirato milioni d’imprenditori dall’occidente, come mosche al miele, per de-localizzare ordini e produzioni.

Gli USA, in questo sfruttamento, non sono stati da meno, fino a rendersi conto –come Luca ha ben documentato nel suo libro– che è impossibile parlare di economia reale trasferendo fabbriche e smantellando produzioni. Forse, per tale motivo l’operaio o il pescatore del Massachusetts, nonché l’allevatore Texano hanno premiato la politica ruspante di Donald Trump che ha dichiarato una guerra commerciale all’avversario asiatico.

Purtroppo, credo sia difficile ingaggiare una guerra e combatterne le battaglie senza vittime, infatti se da un lato –come Luca Marfé documenta in “Yes We Trump”– la riduzione delle tasse e l’aumento dei dazi hanno invogliato le aziende americane a rientrare in patria, dall’altro le compagnie di navigazione, il mondo dei trasporti e tutto l’indotto nato e sviluppato sulla logica delle importazioni –come sottolineo in China Prosit– ha perso terreno e posti di lavoro.

L’ideale sarebbe cercare un giusto punto d’equilibrio, quasi impossibile da trovare negoziando con un paese che ha deciso di chiudere la sua politica economica nel 2025 con l’abolizione totale della povertà e in Cina esistono ancora ottocento milioni di poveri assoluti.

Un paese, la Cina, che ha deciso di affidarsi all’economia della bicicletta: mai smettere di pedalare per evitare rovinose cadute e, mentre combatte la sua guerra commerciale con l’America, viaggia nel resto del mondo alla ricerca di nuovi partner con cui stringere accordi economici.

Ed ecco che il presidente Cinese rimbalza tra i vari Stati d’Europa con il miraggio di aprire l’accesso ad un mercato di oltre un miliardo e quattrocentomila potenziali consumatori –quanti sono gli abitanti della Cina–, in cambio di concessioni portuali, tracciati di terra e strade ferrate per rinsaldare il progetto della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, la politica Italiana resta abbagliata dall’effimero scintillio di metalli poveri fatti passare per oro e il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America, ci toglie la terra sotto i piedi. Non ci sarebbe da meravigliarsi se la recente vicenda Whirlpool (e simili) non sia stata anche il pretesto per alimentare un malcontento operaio nel nostro Paese, ripetendo –in scala ridotta–, ciò che avvenne a Detroit con il fermo della produzione di automobili, dove nell’era pre-Trump le fabbriche chiudevano e la gente perdeva il lavoro puntando il dito contro i cinesi.

Intanto i nostri politici, strattonati dall’affanno monetario, riprendono a guardare verso Oriente come ai tempi di Marco Polo, dimenticando che Kublai Khan è morto da tempo.

(MarioVolpe)

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Quattro chiacchiere con Paperone.

Le interviste impossibili.

Intervistare il papero più ricco del mondo, se non di tutto l’universo –come egli stesso ama definirsi–, non è stata cosa affatto semplice. Chiedergli di ritagliare un piccolo spazio del suo prezioso tempo, sempre impiegato alla gestione di lucrosi affari, è stata una procedura lunga ed estenuante. Come è stato complicato poter accedere al suo famoso deposito in cima alla collina di Paperopoli. La struttura, non solo è circondata da allarmi e congegni anti intrusione, ma è difesa personalmente dal signor De Paperoni che monta di guardia, dalla finestra, impallinando con il suo vecchio archibugio chiunque osi oltrepassarne i limiti.

Del resto chi potrebbe biasimarlo con tutto quell’oro e con la Banda Bassotti, evasa di prigione e sempre pronta ad assaltarlo. Al suo posto tutti si sarebbero comportati alla stessa maniera, del resto difendere i frutti del proprio lavoro è un istinto innato, soprattutto quando la ricchezza è il risultato di un impegno duro e non di vincite a concorsi e lotterie; esattamente come è stato per Paperon De Paperoni, che ha costruito un impero economico grazie al suo infallibile fiuto per gli affari. In giro si dice che addirittura riesca a sentire il profumo delle vene d’oro senza fallire mai uno scavo minerario, ma questa curiosità resterà sempre avvolta da un’aura di leggenda e mistero. Benché sarebbe stata una delle domande che avrei voluto rivolgergli, non mi fu possibile in virtù delle condizioni alle quali, il signor De Paperoni, avrebbe concesso la sua intervista, grazie all’intercessione del mio amico –nonché suo nipote ed erede diretto–, Paolino Paperino, il quale minacciandolo d’astenersi da qualsiasi forma di servigio gratuito è riuscito a strappargli il consenso, non più di dieci minuti, per rispondere alla valanga di domande e curiosità che avrei voluto fargli. Ma prima di ricevermi, il ricco papero, ha voluto assicurarsi che nessuna domanda fosse stata posta sull’ammontare della sua fortuna, di quali e quanti fossero i suoi sterminati interessi finanziari; nessun consiglio su come arricchirsi facilmente e soprattutto mai toccare argomenti come filantropia, donazioni, no-profit, regalo, omaggio, a meno che –smosso da un qualche sussulto di generosità– non fosse egli stesso a parlarne.

  L’immancabile palandrana rossa, con cui tutti noi siamo abituai a vederlo, mi pareva una vecchia vestaglia rattoppata e il famoso cilindro, appoggiato al lato della scrivania, non era altro che un vecchio cappello di velluto sgualcito e consunto, ma alcuni sacchi ricolmi di monete d’oro e mazzi di banconote, sparsi per il suo ufficio, erano un inconfondibile biglietto da visita. Malgrado il mobilio spartano da rigattiere, le pareti a tratti scrostate, le porte e le finestre blindate mi ricordavano di essere nell’assoluto tempio del danaro.

          Dopo aver sottoscritto un blindato patto di riservatezza e versato alla sua segretaria un obolo di cinquanta dollari –come simbolico contribuito per il tempo sottratto al suo lavoro–, alle cinque del mattino, le porte del suo ufficio si sono aperte  alla stampa indipendente, permettendomi di sedere difronte alla più grande leggenda della ricchezza di tutti i tempi, anche se la prima impressione fu quella di trovarmi al cospetto di un papero sotto la media, affaticato dal lavoro e per niente rinfrancato dai suoi inimitabili averi.

Dopo essermi presentato, senza troppi convenevoli, e scherzosamente aver chiesto di usarmi la cortesia di non catapultarmi dalla finestra alla fine dell’incontro, ho ritenuto opportuno iniziare l’intervista chiedendogli delle sue memorabili avventure e, tra le tante, quale fosse quella che gli stava maggiormente a cuore.

Che domande! Senza dubbio il mio primo viaggio nel Klondike”, mi rispose.

“E potrei chiederle il perché?”

Che domande! Lì ho trovato ma mia prima pepita d’oro.

“Certamente frutto del suo memorabile fiuto e non di un mero colpo di fortuna”, aggiunsi.

Dice bene! Fiuto e duro lavoro, nessuna fortuna. Dal quel giorno presi a scavare con piccone e badile. Più scavavo, più oro veniva fuori. Beh! Il resto della storia la conoscono tutti.”

“Ha ragione signor De Paperoni, la conoscono tutti e tutti conoscono lei, non solo per le sue grandi capacità di non disperdere il danaro e di farlo fruttare in ogni occasione, ma anche come il miglior manager del pianeta. Lei sarebbe d’accordo con questa mia affermazione?”

In quanto al miglior manager del pianeta è, forse, un tantino riduttivo in questione di termini; io preferisco il miglior proprietario del pianeta. I manager non sono proprietari e spesso lavorano per un profitto da spendere in beni ed oggetti di lusso per cementare la propria figura professionale. Un proprietario invece, come il sottoscritto, lavora solo per amore, senza mai calcolare il volume dei propri guadagni. Lei per caso misura l’amore di sua moglie o della sua fidanzata basandosi sul numero di carezze?”

“Certo che no.”

In effetti è lo stesso principio che un proprietario applica alle sue cose; le valuta, non in misura dei profitti, ma in misura degli affetti. Per la seconda osservazione, sui miei amati dollarucci, è un’abilità che ho affinato con il tempo, fermentata grazie alla forte sensibilità del mio animo verso il dramma della solitudine. Da quado ho guadagnato la mia prima moneta, la famosa numero uno, mi struggevo per il suo stato di solitudine, un’unica moneta tutta sola. Un sentimento che mi ha spinto ad adoperarmi per trovarle, diciamo, compagnia, accrescendo questa grande famiglia pecuniaria. E’ la gioia di vivere tutti in insieme al sicuro, la certezza di non dover girare di mano in mano, di non finire in angusti contenitori di terracotta a forma di porcellino o all’interno di freddi e sterili caveau di banche; per non parlare del macero, quando le banconote divengono orribilmente sgualcite dall’usura. Qui, nel deposito, tutte queste monete e banconote si sentono al sicuro; tutte trattate alla stessa maniera, uguali, senza discriminazione in base al loro valore nominale. Per me non vi è alcuna differenza tra il biglietto da cento dollari e la moneta da dieci centesimi. Ecco perché loro sono sempre qui, non è tanto la mia abilità nel non disperderli, ma quanto il loro desiderio di restare.”

Il poco tempo concessomi dal signor Paperone è passato velocemente ed incuriosito dal suo stile di vita frugale, egocentrico, parsimonioso –a tratti generoso–, avrei voluto rivolgergli ancora tantissime domande, ma il suo continuo sbirciare l’orologio da taschino e i promemoria della vecchia segretaria erano un chiaro segnale che, a breve, avrei dovuto togliere il disturbo. E prima di salutarlo e ringraziarlo, per la gentile concessione, non ho potuto fare a meno di chiedergli della sua spina nel fianco: la controversa faccenda dell’eredità.  Chi avrebbe potuto occuparsi di tenere insieme tutto il danaro che aveva raccolto e se il nipote Paperino fosse stato all’altezza di tale compito.

Certo che non lo è! Ma cosa vuole che le dica? Cerco di pensarci il meno possibile dal momento che per me non sono stati previsti altri parenti oltre a quello smidollato, se non i tre nipotini.”

“Giusto! Ha ragione il testimone potrebbe andare ai simpatici Qui, Quo, Qua. Naturalmente molto al di là da venire”, suggerii con ingenuità l’improbabile rimedio.

Dice bene, molto al di là da divenire. Ma lasciare tutti i miei amati dollarucci a tre diversi eredi rischierebbe di separarli. Se i paperotti, una volta adulti, andassero ciascuno per la propria strada porterebbero via la rispettiva parte del danaro, vanificando tutti i miei sforzi.”

“Allora sarà un futuro problema senza soluzione?” gli chiesi per concludere.

Problema? Certo che no! Non lo sarà finché ci sarò sempre io a tenerli tutti uniti al sicuro in questo deposito, e finché la fantasia partorirà per me sempre nuove storie”, mi rispose accennando un sorriso e, calzando il cilindro, voltò pagina invitandomi ad uscire.

#mariovolpescrittore

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