PANDEMIA E INQUINAMENTO RALLENTANO IL NATALE

Gli effetti della pandemia sull’economia si fanno

 sentire, ma la disattenzione ai cambiamenti

 climatici potrebbe farci imboccare una strada senza uscita.

Covid e cambiamento climatico sembrano essere gli ingredienti principali per una ricetta esplosiva ai danni dell’economia e dello stile di vita dei paesi ricchi.

In prossimità del Natale e delle sue opportunità di lavoro il timore di nuove chiusure e incassi mancati –per l’aggravarsi della pandemia– inizia a serpeggiare tra negozi, ristoranti, bar, cinema e teatri. Ma un’altra categoria è già schierata per una battaglia silenziosa che, da qualche settimana, imperversa sul volume d’affari di grossisti, distributori, agenti di commercio e società di import-export. É l’ombra della mancanza di scorte a influire negativamente sulle aspettative di reddito degli intermediari commerciali, ossia di coloro che si collocano a metà strada tra i produttori e i negozianti per garantire una distribuzione (per lo più omogena) delle merci destinate agli scaffali dei negozi e alle aziende di commercio elettronico.

Lo scorso anno il giro d’affari degli addobbi e dei regali natalizi ha generato un volume di oltre nove miliardi di euro, mentre quest’anno le aspettative sarebbero state al rialzo di circa il ventiquattro percento, se la grande fabbrica del mondo, la Cina, non avesse frenato la sua corsa lasciando a secco i depositi dei grossisti.

Alberi, addobbi e novità per il Natale 2021 sembrano essere una chimera e agenti di commercio, procacciatori d’affari, nonché importatori, stentano a mantenere le promesse di far arrivare per il fatidico 8 dicembregiornata dedicata all’addobbo natalizio— le merci richieste; cosicché centri commerciali, bancarelle e i China-store hanno riesumato e rispolverato i fondi di magazzino per accondiscendere ai desideri della clientela già frastornata da nuovi aumenti e rincari dei prezzi.  Purtroppo sia la globalizzazione della pandemia, che ha stroncato molte vite umane e aziende, sia il cambiamento climatico, che presagisce una catastrofe irrisolvibile, hanno sollecitato i grandi del mondo a trovare delle soluzioni immediate. La Cina, di suo, ha lanciato una campagna di decarbonizzazione delle fabbriche, rallentando —a parziale beneficio dell’ambiente— le attività di produzione.  Ormai sono i cinesi ha detenere il primato di grandi inquinatori, ma sono anche i più grandi produttori di beni di consumo, tra cui addobbi, decori e luminarie per le feste.

La Cina, così, ha risposto con determinazione alle accuse di maggior inquinatore, malgrado gli stessi i cinesi —come singoli individui— con il loro stile di vita sano responsabili di un impatto ambientale più basso rispetto alle altre popolazioni industrializzate, ma le ciminiere del Dragone sputano veleni a valanga nell’atmosfera, appestando l’aria per fabbricare i beni di consumo commercializzati in mezzo mondo.  Altro inquinatore d’eccezione è l’India che, di recente, ha dovuto chiudere per giorni la città di Nuova Delhi per inquinamento, mentre il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato il razionamento dell’energia elettrica prodotta dalle centrali a carbone per ripulire l’aria. L’immediata conseguenza della decisione del leader cinese è stata la chiusura a singhiozzo dei siti produttivi in tutto il paese con una cascata d’incolmabili ritardi nelle consegne delle commesse dall’estero.

L’ingolfo del lavoro di produzione, aggravato dalla riduzione del numero di navi sulle rotte verso l’Europa ha generato una distorsione della domanda dei traffici marittimi, aumentando i costi di trasporto che, inevitabilmente, sono stati riversati sui prezzi al consumo.

Secondo gli esperti del settore e gli operatori del commercio il prossimo sbarco, per rinverdire le collezioni di addobbi del Natale, sarà per la metà di Dicembre ma a quel punto non resterà che mettere i nuovi approvvigionamenti sotto chiave, assorbire le perdite d’esercizio e rimandare tutto all’anno successivo.

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