Suez: il canal Grande dei faraoni.

Il gigante si è mosso e non sarà la prima né l’ultima nave spiaggiata. La storia ce ne ha consegnate tante: dai galeoni della marina britannica –a caccia dei pirati nei Caraibi–, alle petroliere, alle lussuose navi da crociera, ma lo spiaggiamento della Ever Given (il mega-cargo da 20.000 container della taiwanese Evergreen) nel canale di Suez, oltre ad essere uno sgradito incidente, è un forte spunto di riflessione sul fenomeno del gigantismo navale e delle rotte commerciali.

Depurata la vicenda dalle notizie di cronaca, battute dai telegiornali e dai quotidiani di tutto il mondo in merito ai danni economici, è importante ragionare sull’impatto ambientale e sullo squilibrio della disomogeneità produttiva mondiale. Ormai quasi tutta la filiera industriale è dislocata in Cina e Il canale di Suez è una rotta costantemente battuta per far giungere le merci in Europa.

La via d’acqua rappresenta un’autostrada del mare scavata nell’istmo che lega il continente africano a quello asiatico e politicamente parte del territorio egiziano. Realizzata per evitare la circumnavigazione dell’Africa alle navi provenienti dall’oriente e dirette nel bacino del mediterraneo, gioca un ruolo importante negli scambi globali. L’opera, grande fonte di reddito per l’Egitto, è stata –da sempre– strategica in campo mercantile e militare al punto da alimentare dissapori politici e conflitti armati, finché nel 1956 il presidente egiziano Nasser ne nazionalizzò la gestione.

 La prima versione moderna canale, in rapporto alle attuali dimensioni delle navi che lo attraversano, era poco meno di un ‘rigagnolo’. Un solco di 164 chilometri, profondo 8 metri e largo cinquantatré, attraversato dai natanti a senso unico alternato, fino ai Grandi Laghi Amari (bacini sufficientemente ampi in cui poteva avvenire lo scambio del senso di marcia).  Nel 2015 sono stati ultimati i lavori di ampliamento, indispensabili per restare al passo con la tendenza del gigantismo navale. Oggi, mostri da ventimila container, lunghi oltre quattrocento metri e larghi sessanta, attraversano il canale di Suez la cui profondità e stata adeguata fino a ventiquattro metri, la larghezza ad oltre duecento e perfino la lunghezza è aumentata di trenta chilometri per consentire, in alcuni tratti, di navigare in entrambi i sensi di marcia. L’attraversamento del corso d’acqua di Suez richiede dalle dieci alle quattrodici ore di navigazione, in base al traffico marittimo, e la vicenda della nave spiaggiata ha subito dato l’idea a quanto possa ammontare tale traffico. Dal giorno dell’incidente le navi in attesa e quelle bloccate nella via d’acqua erano oltre trecento, causando danni e ritardi al punto che alcuni armatori hanno rivalutato un possibile ritorno alla rotta del Capo di Buona Speranza.

L’idea non andrebbe scarta a priori, perché il maggior tempo di navigazione (dai sette ai dieci giorni) richiesti dalla vecchia rotta, sarebbero compensati dalla crescente stazza delle navi che nel prossimo futuro scaricheranno nei nostri porti oltre 30.000 container a viaggio. Navi di tali dimensioni sarebbero un problema per l’attraversamento dell’odierno canale. L’aumento delle capacità di carico imporrà continui lavori di adeguamento alla via di Suez con un possibile aumento dei pedaggi e conseguenti danni all’ecosistema marino.

L’ipotesi di evitare (almeno in parte) il canale egiziano ha stuzzicato la fantasia degli altri paesi del Mare Nostrum, ipotizzando un maggior ruolo per i porti Spagnoli, Francesi e del Marocco. Se i colossi del mare dovessero entrare nel mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra la Cina potrebbe rinforzare i suoi investimenti per sostenere le nuove rotte; per non parlare della Russa, che non si è lasciata fuggire l’occasione di caldeggiare la via del Baltico per raggiungere gli scali del Nord Europa.   

L’evento della Even Given ha stimolato riflessioni alternative sugli scenari commerciali e politici internazionali, ipotizzando una riduzione del ruolo centrale dell’Egitto che spesso utilizza il suo canale come indiretta via di ricatto per non rispondere alla comunità internazionale delle continue repressioni dei diritti umani, credendo di poter ritornare a vivere la sua gloriosa epoca dei Faraoni.

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