“UN TRENO PER SHANGHAI”, curiosando…

Andare in Cina in treno per un viaggio d’affari non è certo il modo migliore, a meno che il viaggio non sia il pretesto per raccontare un’avventura dai risvolti economici torbidi come, del resto, l’opinione pubblica immagina siano le oscure trame finanziarie.  Ma è proprio il percorso via terra, dall’Europa alla Cina, di una incompatibile coppia di amici e colleghi di lavoro, a suscitare la curiosità della maggior parte dei lettori.

Infatti, durante le sessioni di presentazione del libro “Un treno per Shanghai”, le prime domande dei presenti vertono sul perché del treno e se, visto le mie competenze professionali, avessi mai fatto per davvero un viaggio del genere, dal quale avrei potuto trarre spunto per la storia.

Curiosità, del tutto legittime, che arricchiscono l’interesse del lettore, il quale vorrebbe aspettarsi una risposta coerente con quella del lungo viaggio affrontato dai protagonisti del libro. Un interesse che, talvolta, sfocia in disappunto nel sapere che non ho mai raggiunto la Cina in treno. Eppure, dopo aver chiarito la mia trentennale esperienza di lavoro in quelle lontane terre (nel corso della quale ho scorrazzato con i più disparati mezzi di trasporto) e che il romanzo è frutto di un’esperienza di viaggio drammatica e mortificante, i dubbi dei lettori si tramutano in approvazione.

 Il viaggio in questione si riferisce alla prima volta che fui costretto a imbarcarmi verso l’Estremo Oriente senza la compagnia di mio padre, un vero pioniere del commercio con la Cina,  venuto a mancare qualche mese prima della partenza.

Affrontare le responsabilità di una missione d’affari senza l’adeguato supporto del mio mentore, in aggiunta alla mia irrefrenabile paura di volare, fu la mistura che fece esplodere in me un atteggiamento irrazionale e incontrollabile: Poco prima del decollo chiesi di scendere dall’aereo.

Sebbene l’evento abbia dell’incredibile, perché il portellone era chiuso, i motori accesi e i passeggeri con le cinture allacciate, l’episodio è realmente accaduto. Come reale e vana fu la fatica degli assistenti di volo nel tranquillizzarmi per farmi desistere dal mio intento, ma nulla da fare. Decisi di scendere dall’aereo e un assistente di terra, dopo aver recuperato il mio bagaglio, mi accompagnò all’uscita dell’terminal tra corridoi e sale insolitamente vuote.

In quel momento, vedendo l’aereo prendere quota, realizzai la piena viltà del mio gesto che, tra l’altro, fece perdere un anno di programmazione commerciale alla mia azienda e, pentito, immaginai che avrei potuto raggiungere la Cina in treno. Purtroppo i tempi erano incompatibili con la lunghezza del tragitto. L’idea, però, mi è rimasta inchiodata in testa finché, dopo anni, arricchita di altre esperienze, studi e letture non è diventata un romanzo, la cui plausibile storia è affidata alla caparbia ingenuità dei suoi divertenti protagonisti: Salvatore e Gaetano.    

#untrenopershanghai

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