Sull’autobus numero 18


Sfidare la morte è sconfitta certa

meglio allearsi, ma nel giusto momento.

Ogni giorno il signor Umberto si alzava alle cinque per andare al lavoro. Dopo aver fissato per qualche istante il soffitto, si liberava dalle coperte per sedersi sul bordo del letto. Infilava le pantofole, faceva forza sulle gambe e in un batter d’occhio era in piedi. La prima tappa era dritta al bagno dove arrivava, quasi sempre, in compagnia degli ultimi sbadigli. Tirava giù i pantaloni del pigiama a righe azzurre e, dopo qualche istante, il rumore d’uno zampillo di pipì nello specchio d’acqua della tazza segnava l’inizio della giornata. Subito dopo si radeva con schiuma e lametta, e per finire faceva una doccia calda. Il rito del bagno non sforava i venti minuti, ma altri venti l’impiegava per scegliere il vestito da indossare. Nel tempo che gli restava prendeva il caffè al bar sotto casa prima di salire sull’autobus.

Anche quel giorno nulla cambiò. Il rituale del risveglio si svolse con la solita rigorosa puntualità, perché Umberto non aveva ancora metabolizzato la festa di pensionamento offerta dai colleghi d’ufficio. E il lunedì successivo, per lui, sarebbe stato il primo giorno da pensionato. 

Il momento di farsi da parte arrivò in un baleno benché, nei primi anni di lavoro, la pensione gli sembrasse irraggiungibile, ma ora che il tempo era passato troppo in fretta la sua coscienza fece del tutto per non accettarlo. Così, pur non dovendo andare al lavoro, seguì la stessa abitudine per salire sul bus numero 18 che lo avrebbe portato, come tutte le mattine, al lavoro. 

Per entrare nell’autobus, Umberto si aiutò aggrappandosi al corrimano delle porte e, salitovi, notò che non c’erano altri passeggeri.  Il lunedì mattina il 18 doveva essere sovraccarico di pendolari e studenti da lasciare solo posti in piedi, eppure i duri sedili grigi erano tutti disponibili.  Dopo aver dato una fugace occhiata, Umberto s’accomodò alle spalle dell’autista tenendo la borsa sulle ginocchia. Da quel posto poteva leggere chiaramente il cartello affisso in alto sulla paratia di guida. 

“NON PARLARE AL CONDUCENTE”

Certamente, un uomo come lui osservante delle regole, non lo avrebbe mai fatto, seppure incuriosito di sapere perché viaggiasse da solo, ma ben presto la sua attenzione fu catturata da un’altra stranezza.  Il bus sbuffò, sobbalzò e ripartì addentrandosi, dopo poco, in un banco di nebbia che offuscò i finestroni, stimolando qualche divagazione mentale dell’unico passeggero.

 “Che nebbia strana questa mattina!” avrebbe di certo detto al suo compagno di viaggio, qualora ci fosse stato. Ma nell’autobus era insolitamente solo e non gli restò altro che parlare tra sé, osservando le sagome lattiginose e indistinte di qualche passante. Sembravano anime smarrite nel Purgatorio. 

Umberto, pur inquieto, cercò di farsi forza in quell’angosciante solitudine, divagando con lo sguardo perso sui batuffoli di nebbia che entravano ad ogni fermata quando le porte si aprivano e richiudevano senza che nessuno salisse. Quei fili di vapore si dissolvevano quasi subito andando a morire, come gocce d’umidità, sui vetri sigillati delle finestre. Intanto la corriera imboccò Corso Libertà fino al semaforo in attesa di svoltare a destra per via Fratelli Volo e poi dritta verso la fermata di piazza Principe: quella di fronte alla Caffetteria Mirage.

***

Umberto si voltò in direzione del caffè e, attraverso i finestrini opalescenti, sperò di intravedere la cassiera. Una donna dal viso bruno e i capelli scuri, gonfiati da un intreccio di riccioli indisciplinati, che era stata per lui sempre come un mezzo busto televisivo. Pur non conoscendola di persona, la vista di quella meraviglia era tra le poche cose che gli strappavano un sorriso. L’aveva ammirata giorno dopo giorno, anno dopo anno per il tempo di una fermata, fino a che i capelli di lei non erano passati dal nero al bianco. Erano diventati color cenere, ma senza stingere una bellezza che, per nulla intimidita dalle rughe, desiderava di vivere ancora. Il vecchio Umberto si preparò al sorriso anche quella mattina, ma fu la prima volta che non riuscì a vederla. L’angolo della cassiera era vuoto.  La sosta fu troppo breve per consentirgli di continuare a frugare meglio con lo sguardo nella speranza di rivederla, ma ­­–quasi senza accorgersene– si trovò a guardare l’edicola di via Della Resistenza. Il bar Mirage era già passato e, alla fine del vialone, avrebbe dovuto scendere. Si alzò davanti alla porta, con la valigetta tra le braccia, per essere pronto alla fermata, ma il conducente tirò dritto. 

 Perplesso, il passeggero schiacciò ripetutamente il campanello dell’alt fino a che non si decise ad infrangere la regola del silenzio, chiedendo spiegazioni. L’autista lo ignorò, pareva completamente sordo alle richieste del passeggero e Umberto, infastidito, cercò di attrarre l’attenzione battendo il palmo della mano sul vetro della paratia di guida. I colpi non produssero alcun suono. “Che diavoleria è mai questa!” si domandò, mentre la corriera passava sotto i piloni della torre Eiffel, inducendolo a credere che stesse sognando. Eppure, in quel sogno inconsapevole guardava incredulo le immagini che scorrevano al di là del finestrone. Vide, in lontananza, il Golden Gate, mentre dall’altro lato svettava la Torre di Pisa sovrapposta, come la proiezione di una diapositiva, al centro del Colosseo, formando un ibrido architettonico che si stagliava sull’orizzonte. 

Poco più in là vide le aride sabbie del Sahara e alcune palme scosse dal vento che facevano da cornice a imponenti piramidi di pietra e al volto di una Sfinge corroso dai millenni. Cercò di sforzarsi di credere che fosse il delirio di un sognatore lasciando che la meraviglia non lo soggiogasse, quando udì i rintocchi del Big Ben che si confondevano con il frastuono di una calca di ragazzi al bancone di un fast-food in attesa di essere serviti.

Il signor Umberto rimuginava, incredulo, sulla sensazione onirica di quelle immagini, finché tutto scomparve per far posto al suo stesso viso riflesso nel vetro scuro del finestrone. L’immagine specchiata gli rimandava l’espressione di un uomo rammaricato per le mancate occasioni della vita.  Ormai era troppo tardi per recuperare e lo sgomento inaridì qualsiasi barlume di speranza. Le forze, di colpo, vennero a mancare e la mano, con cui cingeva la borsa, si rilassò liberandola dalla presa. La valigetta, nel cadere, si aprì riversando le brochure della Mondo-Travel, sul pavimento del bus. Umberto abbassò lo sguardo sulle offerte delle vacanze sparse per terra, ma ebbe la sensazione che i fogli continuassero la caduta oltre la consistenza fisica del pavimento, finendo sempre più giù verso un baratro che rendeva impossibile raccoglierle, al punto che le dita non facevano altro che grattare il metallo del pavimento. I suoi occhi, sgomenti e impotenti, guardavano la caduta di quei fogli inafferrabili.

 Intanto che gli opuscoli di viaggio gli parevano andare sempre più in fondo l’autobus frenò improvvisamente, le porte si aprirono e un cielo stellato si presentò alle sue vivide pupille: Era la scenografia di un ultimo grande spettacolo con strade deserte e l’aria profumata di viole.  La nebbia si era dissolta e lui non provò alcuna sensazione. Non aveva né freddo né caldo, non sentiva più rammarico, odio o pentimento. Non aveva più voglia d’amare né la forza per odiare; una profonda e disumana tranquillità s’impadronì del suo essere. L’ansia e ogni preoccupazione si dissolsero, come non fossero mai esistite, cullandolo verso la beatitudine finché l’autobus non approcciò l’imbocco di un tunnel che Umberto non aveva mai visto prima e, da quel momento, perse del tutto il senso di orientamento. Era in uno spazio e in un tempo mai vissuti prima, quando il bus fu inghiottito dal buio della galleria, che penetrò nell’abitacolo oscurandolo completamente.  Non ebbe paura dell’oscurità, provò solo la strana sensazione di spostarsi nel vuoto come un palloncino che si libra leggero verso il cielo, fino a che   una luce azzurrognola apparve, come un bagliore, in lontananza, e un sorriso gli dipinse il volto rugoso e pallido come cera.

 ***

Il signor Umberto, a quel punto, pensò di essere ancora addormentato e, in quello che credeva essere un sogno, si pizzicò con forza le guance, ma il suo corpo era diventato insensibile ad ogni tormento.

#mariovolpescrittore

11 pensieri riguardo “Sull’autobus numero 18”

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