Quattro chiacchiere con Paperone.

Le interviste impossibili.

Intervistare il papero più ricco del mondo, se non di tutto l’universo –come egli stesso ama definirsi–, non è stata cosa affatto semplice. Chiedergli di ritagliare un piccolo spazio del suo prezioso tempo, sempre impiegato alla gestione di lucrosi affari, è stata una procedura lunga ed estenuante. Come è stato complicato poter accedere al suo famoso deposito in cima alla collina di Paperopoli. La struttura, non solo è circondata da allarmi e congegni anti intrusione, ma è difesa personalmente dal signor De Paperoni che monta di guardia, dalla finestra, impallinando con il suo vecchio archibugio chiunque osi oltrepassarne i limiti.

Del resto chi potrebbe biasimarlo con tutto quell’oro e con la Banda Bassotti, evasa di prigione e sempre pronta ad assaltarlo. Al suo posto tutti si sarebbero comportati alla stessa maniera, del resto difendere i frutti del proprio lavoro è un istinto innato, soprattutto quando la ricchezza è il risultato di un impegno duro e non di vincite a concorsi e lotterie; esattamente come è stato per Paperon De Paperoni, che ha costruito un impero economico grazie al suo infallibile fiuto per gli affari. In giro si dice che addirittura riesca a sentire il profumo delle vene d’oro senza fallire mai uno scavo minerario, ma questa curiosità resterà sempre avvolta da un’aura di leggenda e mistero. Benché sarebbe stata una delle domande che avrei voluto rivolgergli, non mi fu possibile in virtù delle condizioni alle quali, il signor De Paperoni, avrebbe concesso la sua intervista, grazie all’intercessione del mio amico –nonché suo nipote ed erede diretto–, Paolino Paperino, il quale minacciandolo d’astenersi da qualsiasi forma di servigio gratuito è riuscito a strappargli il consenso, non più di dieci minuti, per rispondere alla valanga di domande e curiosità che avrei voluto fargli. Ma prima di ricevermi, il ricco papero, ha voluto assicurarsi che nessuna domanda fosse stata posta sull’ammontare della sua fortuna, di quali e quanti fossero i suoi sterminati interessi finanziari; nessun consiglio su come arricchirsi facilmente e soprattutto mai toccare argomenti come filantropia, donazioni, no-profit, regalo, omaggio, a meno che –smosso da un qualche sussulto di generosità– non fosse egli stesso a parlarne.

  L’immancabile palandrana rossa, con cui tutti noi siamo abituai a vederlo, mi pareva una vecchia vestaglia rattoppata e il famoso cilindro, appoggiato al lato della scrivania, non era altro che un vecchio cappello di velluto sgualcito e consunto, ma alcuni sacchi ricolmi di monete d’oro e mazzi di banconote, sparsi per il suo ufficio, erano un inconfondibile biglietto da visita. Malgrado il mobilio spartano da rigattiere, le pareti a tratti scrostate, le porte e le finestre blindate mi ricordavano di essere nell’assoluto tempio del danaro.

          Dopo aver sottoscritto un blindato patto di riservatezza e versato alla sua segretaria un obolo di cinquanta dollari –come simbolico contribuito per il tempo sottratto al suo lavoro–, alle cinque del mattino, le porte del suo ufficio si sono aperte  alla stampa indipendente, permettendomi di sedere difronte alla più grande leggenda della ricchezza di tutti i tempi, anche se la prima impressione fu quella di trovarmi al cospetto di un papero sotto la media, affaticato dal lavoro e per niente rinfrancato dai suoi inimitabili averi.

Dopo essermi presentato, senza troppi convenevoli, e scherzosamente aver chiesto di usarmi la cortesia di non catapultarmi dalla finestra alla fine dell’incontro, ho ritenuto opportuno iniziare l’intervista chiedendogli delle sue memorabili avventure e, tra le tante, quale fosse quella che gli stava maggiormente a cuore.

Che domande! Senza dubbio il mio primo viaggio nel Klondike”, mi rispose.

“E potrei chiederle il perché?”

Che domande! Lì ho trovato ma mia prima pepita d’oro.

“Certamente frutto del suo memorabile fiuto e non di un mero colpo di fortuna”, aggiunsi.

Dice bene! Fiuto e duro lavoro, nessuna fortuna. Dal quel giorno presi a scavare con piccone e badile. Più scavavo, più oro veniva fuori. Beh! Il resto della storia la conoscono tutti.”

“Ha ragione signor De Paperoni, la conoscono tutti e tutti conoscono lei, non solo per le sue grandi capacità di non disperdere il danaro e di farlo fruttare in ogni occasione, ma anche come il miglior manager del pianeta. Lei sarebbe d’accordo con questa mia affermazione?”

In quanto al miglior manager del pianeta è, forse, un tantino riduttivo in questione di termini; io preferisco il miglior proprietario del pianeta. I manager non sono proprietari e spesso lavorano per un profitto da spendere in beni ed oggetti di lusso per cementare la propria figura professionale. Un proprietario invece, come il sottoscritto, lavora solo per amore, senza mai calcolare il volume dei propri guadagni. Lei per caso misura l’amore di sua moglie o della sua fidanzata basandosi sul numero di carezze?”

“Certo che no.”

In effetti è lo stesso principio che un proprietario applica alle sue cose; le valuta, non in misura dei profitti, ma in misura degli affetti. Per la seconda osservazione, sui miei amati dollarucci, è un’abilità che ho affinato con il tempo, fermentata grazie alla forte sensibilità del mio animo verso il dramma della solitudine. Da quado ho guadagnato la mia prima moneta, la famosa numero uno, mi struggevo per il suo stato di solitudine, un’unica moneta tutta sola. Un sentimento che mi ha spinto ad adoperarmi per trovarle, diciamo, compagnia, accrescendo questa grande famiglia pecuniaria. E’ la gioia di vivere tutti in insieme al sicuro, la certezza di non dover girare di mano in mano, di non finire in angusti contenitori di terracotta a forma di porcellino o all’interno di freddi e sterili caveau di banche; per non parlare del macero, quando le banconote divengono orribilmente sgualcite dall’usura. Qui, nel deposito, tutte queste monete e banconote si sentono al sicuro; tutte trattate alla stessa maniera, uguali, senza discriminazione in base al loro valore nominale. Per me non vi è alcuna differenza tra il biglietto da cento dollari e la moneta da dieci centesimi. Ecco perché loro sono sempre qui, non è tanto la mia abilità nel non disperderli, ma quanto il loro desiderio di restare.”

Il poco tempo concessomi dal signor Paperone è passato velocemente ed incuriosito dal suo stile di vita frugale, egocentrico, parsimonioso –a tratti generoso–, avrei voluto rivolgergli ancora tantissime domande, ma il suo continuo sbirciare l’orologio da taschino e i promemoria della vecchia segretaria erano un chiaro segnale che, a breve, avrei dovuto togliere il disturbo. E prima di salutarlo e ringraziarlo, per la gentile concessione, non ho potuto fare a meno di chiedergli della sua spina nel fianco: la controversa faccenda dell’eredità.  Chi avrebbe potuto occuparsi di tenere insieme tutto il danaro che aveva raccolto e se il nipote Paperino fosse stato all’altezza di tale compito.

Certo che non lo è! Ma cosa vuole che le dica? Cerco di pensarci il meno possibile dal momento che per me non sono stati previsti altri parenti oltre a quello smidollato, se non i tre nipotini.”

“Giusto! Ha ragione il testimone potrebbe andare ai simpatici Qui, Quo, Qua. Naturalmente molto al di là da venire”, suggerii con ingenuità l’improbabile rimedio.

Dice bene, molto al di là da divenire. Ma lasciare tutti i miei amati dollarucci a tre diversi eredi rischierebbe di separarli. Se i paperotti, una volta adulti, andassero ciascuno per la propria strada porterebbero via la rispettiva parte del danaro, vanificando tutti i miei sforzi.”

“Allora sarà un futuro problema senza soluzione?” gli chiesi per concludere.

Problema? Certo che no! Non lo sarà finché ci sarò sempre io a tenerli tutti uniti al sicuro in questo deposito, e finché la fantasia partorirà per me sempre nuove storie”, mi rispose accennando un sorriso e, calzando il cilindro, voltò pagina invitandomi ad uscire.

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