Il vuoto in 60 secondi.

(Racconto)

Gustavo Mastrocinque: il dottor Gustavo Mastrocinque, amministratore delegato della BIM (Banca Investimenti Mediterranea), impiegò soltanto sessanta secondi per ripercorrere la sua vita, dalla folle idea di gettarsi nel vuoto fino al ricordo della macchia di gelato alla fragola che gli colava sulla camicia nuova. Nessuno lo aveva mai rimproverato per la disattenzione, in fondo, aveva a malapena tre anni e mai avrebbe pensato, cinquantasette anni dopo, di scegliere il suicidio alla vergona d’un arresto. 

Gustavo, senza remore, affidò il riscatto della sua dignità al vuoto nello stesso istante in cui qualcuno bussò alla porta con un mandato di cattura. Il tocco della mano che picchiava fu l’ultimo suono asciutto che udì, il resto fu il sibilo continuo e assordante del vento gelido che s’insinuava nei timpani durante la caduta, ghiacciandogli la testa dall’interno. Era inverno e i capelli liberi sventolavano come mille bandiere, gli occhi gli lacrimavano dal rossore, la bocca era tirata in un sorriso forzato per la pressione dell’aria sulle gote e, nella solitudine del volo, si rivide alla direzione della banca mentre amministrava i clienti più facoltosi.  Eppure nulla avrebbe potuto senza il master alla Administration Financial School of New York che gli aprì la strada delle grandi consulenze liberandolo dal frustante ruolo di cassiere. 

Ambizione, questo serve ambizione per andare avanti nella vita, gli ripeteva continuamente suo padre pianificando gli studi di un giovane Gustavo obbediente ad ogni suo volere. Il padre-padrone aveva programmato la vita del ragazzo dai primi anni del liceo, spronandolo (talvolta obbligandolo) a superare gli ostacoli che si frappongono tra l’uomo e il suo obbiettivo. Di questo si parlava a casa Mastrocinque, non di avvenire e di futuro, ma di obbiettivi che Gustavo centrò, talvolta affannando, con pochi scrupoli.

            Sono solo percorsi di lavoro lunghi e difficili, pensava spesso per giustificare la sua coscienza, eppure mai nessun ricordo era passato in testa così veloce come la discesa incontrollata che stava affrontando in quel preciso istante, mentre il cuore gli batteva forte come un tamburo. I palpiti gli ricordavano i primi rigurgiti d’amore quando, tra i banchi di scuola, incrociava con lo sguardo gli occhi di Roberta, neri come la notte. Eppure lei non se lo filava per niente, lo ignorava al punto che un giorno ci avrebbe fatto tre figli e gli avrebbe sistemato il nodo della cravatta tutte le mattine prima che lui andasse al lavoro. Ma il giorno del tuffo nel vuoto, Roberta non avrebbe mai immaginato che le sue dita artritiche e doloranti avrebbero stretto il nodo per l’ultima volta. Forse lei ringraziò il cielo per non dover più sottoporsi forzatamente al quel gesto che le ricordava la giovinezza passata, quando il nodo lo slacciava con la brama di chi apre una confezione di un dolce per infilare la lingua nella crema dei bignè. Ormai tutt’intorno era rinsecchito e malgrado Gustavo avesse la sua stessa età, godeva d’un aspetto più fresco e tirato. Non era raro che qualche amico, dopo inventariato le poche rughe, lo tacciasse di un patto con il diavolo. 

Solo sport e cibo sano, ecco il mio patto, ripeteva Gustavo sfoderando una fila di denti bianchi come le perle del Baltico.  L’invidia degli amici ribolliva, eppure, in quell’istante, nessuno avrebbe preso il suo posto sebbene la sua ricchezza facesse gola a molti. Ironizzavano tutti di preferire i panni di Jalo, il primo genito di Mastrocinque; quello era il vero uomo fortunato. Aveva ragazze a iosa, auto sportive, stava tutto il giorno in palestra, nessun pensiero gli s’inchiodava in testa se non quello di vincere il torneo annuale di Ping-pong seguendo i rimbalzi della pallina sul fondo del tavolo da gioco azzurro come il cielo, che s’allontanava rapidamente dal viso di suo padre. Nella caduta Gustavo s’era girato con la schiena rivolta alla terra, mentre le gambe e le braccia divaricate non offrivano sufficiente resistenza per rallentare la corsa impressa dal peso dell’aria che premeva sul petto e, in quel momento, i ricordi, dapprima ordinati, si mischiarono tra loro in balia del vento che frustava con violenza ai lati della giacca diluendo il grido, acuto e costante, che gli usciva dalla gola. Era un suono modulato da frammenti di dialoghi in procinto di finire tra l’indissolubile abbraccio della morte: 

…Roberta, sono certo ti poterti rendere la donna più felice della terra.

…siete due gocce d’acqua Gustavo, nessuno potrebbe dire che non è tuo figlio…

…questo è il soggiorno, ampio e luminoso…

…papà ti presento Asia…

…incantato, devo dire che ha sputo scegliere bene il ragazzo…

…dottor Mastrocinque, la delegazione l’aspetta in sala riunioni…

…un applauso al nostro nuovo amministratore delegato, certi che porterà la nostra grande famiglia verso nuovi lidi e splendidi successi…

…niente da fare Roberta, non sia mai detto che la moglie d’un amministratore delegato non viaggi in prima classe. E poi i soldi non sono un problema, vengono giù come pioggia…

…l’improvviso crack della BIM si è abbattuto come un fulmine sul mondo dell’alta finanza…

…il titolo BIM sospeso dal listino di borsa…

…perquisizioni delle Fiamme Gialle sono in corso negli uffici della sede di Largo Indipendenza…

Dottor Mastrocinque apra la porta, Guardia di Finanza, Gustavo non aprì e alla terza richiesta i militarsi sfondarono per entrare nell’ufficio.

 L’amministratore delegato non aveva neanche sentito le loro richieste, il suo corpo era già sull’asfalto trenta piani più sotto con il cranio fracassato e il cervello colato via come pallida gelatina al centro di una città che ancora vive.

(MarioVolpe)

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