L’invasione cinese: metodo, merci e virus.

Se la Cina ha partorito il Covid, l’Occidente
di certo lo ha ben adottato.

L’invasione cinese in ogni angolo del globo sembra ormai cosa certa e, in quei pochi recessi del pianeta, dove la Cina non era famosa per le sue merci lo è diventata per un virus che ha devastato, e continua a devastare, vite umane, economiche e modelli sociali su cui molte comunità hanno edificato la propria ragion d’essere.

Certamente la diffusione di questo nuovo virus (battezzato con la sigla COVID19)  non è avvenuta seguendo un arcano complotto di poteri forti, ma secondo un sentiero del tutto naturale come per altre epidemie che hanno flagellato l’umanità a partire dalla peste fino alla recente SARS.  Malgrado i luoghi di origine di tali patogeni siano spesso regioni della Cina non è logico, e quantomeno ingiusto, puntare il dito verso ogni singolo cinese additandolo come untore; dal momento che l’Occidente non si è fatto scrupolo ad aprire le porte per accogliere le opportunità industriali, commerciali ed economiche offerte dal Paese del Dragone. Leccornie, come la manodopera a basso prezzo e  un immenso bacino di consumatori, hanno stimolato gli appetiti di molti uomini d’affari e dei loro Governi. Eppure è incontestabile che il sistema Cina  – non il suo popolo –  è stato, come sempre, avido di trasparenza per timore che anticipando l’allarme sanitario si potesse falcidiare la crescita economica. Non era possibile, per i progetti del governo cinese,  smentire la teoria dell’arricchirsi a tutti i costi e ad ogni prezzo. Solo che, questa volta, il prezzo è stato pagato anche da chi ha beneficiato poco o niente dagli intrecci con la Cina. Quindi il principio de “L’economia della bicicletta” (secondo il quale bisogna sempre produrre e vendere, altrimenti si rischia di cadere); della massima di Xiaoping, “non importa di quale colore sia il gatto purché acchiappi il topo” (della serie ci interessa il fine e non il mezzo) o delle nuove formule del Capitalismo Socialista cinese: “lavorare e arricchirsi senza contestare le decisioni del regime”, hanno portato ogni uomo o donna ad ambire al possesso delle “tre chiavi”: quella di casa, dell’azienda e dell’auto. Ma per i sudditi di Pechino non bastano le opportunità offerte dal libero capitalismo, non bastano scaltrezza e determinazione per raggiungere il vero successo;  occorre essere sottoposti ad un equivalente sinico del principio di Archimede. Ovvero, un imprenditore cinese se immerso nel sistema politico riceve una spinta economica dal basso verso l’alto pari al peso delle sue amicizie di partito.

Huawei, Alibaba e altri famosi brand della Grande Muraglia, di cui oggi si sente parlare ovunque, non sono nati nei garage delle villette di periferia, ma sono fenici risorte dalle ceneri di mastodontiche   corporazioni industriali e i loro fondatori non erano studenti squattrinati di qualche università di provincia, ma gente che all’epoca era impegnata in ruoli di rilievo  assegnati dal Regime di Pechino. Se così non fosse sarebbe quanto mai strana la massiccia presenza di attività commerciali cinesi in altri Paesi. Magari molti sono sostenute dal credito proveniente dalla madre patria o  hanno fatto la questua di villaggio in villaggio, propinando lo slogan: “Investi nel ristorante che Chen, Lin, o chi per esso,  a Roma, a Londra o a Parigi. Sarà la tua occasione per diventare ricco.”

Così, i pochi spiccioli che ogni povero contadino ha impiegato per sostenere il progetto di un suo connazionale d’oltremare  sono diventati – grazie alla magia dei cambi monetari – un tesoretto da reinvestire per foraggiare una globale mega-festa del danaro a cui  le imprese e i Governi,  del mondo, chiedono di partecipare.

Una festa organizzata da una nazione ormai libera dalla sottomissione economica dell’Occidente, ma che rischia di vacillare sotto i colpi del COVID19 che potrebbe mettere un freno alle grandi ambizioni del presidente Xi-Jinping; l’uomo che vorrebbe la Cina prima potenza mondiale entro il 2025. Come sempre la brama di potere e ricchezza offusca la mente, facendo dimenticare i saggi principi del giusto vivere, scegliendo di non sprangare tutto alle prime avvisaglie della nuova infezione per non compromettere la resa economica d’imponenti manifestazioni sportive e commerciali.

Se il dottor Li Wenliang (scopritore del Coronavirus) fosse stato ascoltato e non arrestato,  se la Cina avesse subito posto la città di Wuhan in quaranta evitando a cinquantamila possibili contagiati di fuggire e contribuire a disseminare il virus, se la Germania avesse annullato le fiere commerciali d’inizio anno, se ogni grande evento fosse stato  cancellato da subito,  se alcuni luminari della medicina non avessero scambiato il nuovo virus con un banale raffreddore  e se qualcuno  avventuriero senza scrupoli non ci avesse visto una meschina opportunità di affari, non avremmo avuto centinaia di migliaia di morti nel mondo e, forse molti bambini sarebbero ancora tra le braccia dei loro nonni.

Perché se è vero che la Cina ha partorito il virus è pur vero che noi lo abbiamo ben adottato.

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